mercoledì 28 settembre 2016

Recensione: Da una storia vera di Delphine de Vigan (Ediz. Mondadori; 2016).

Buongiorno Lettori! Oggi vi racconto un romanzo davvero particolare, si tratta di Da una storia vera di Delphine de Vigan, pubblicato recentemente da Mondadori, che ringrazio per la copia omaggio.
Ormai è passato del tempo, i lettori e l'editore si aspettano da lei qualcosa e una domanda la incalza a ogni apparizione pubblica: sta scrivendo qualcosa di nuovo? E, soprattutto, cosa scriverà dopo quel romanzo? È in questo momento delicato che L. entra nella vita di Delphine. Un incontro casuale, una nuova conoscenza con cui si scopre un'intimità naturale, un'amicizia che si trasforma rapidamente in una presenza stabile e confortevole nella vita di tutti i giorni. L. incarna l'ideale di donna bella, sofisticata e sicura di sé che Delphine, con i suoi capelli disordinati e i modi nervosi, un certo imbarazzo mai superato dall'adolescenza, non ha mai saputo essere. L. è un'amica come se ne hanno solo a diciassette anni: sempre disponibile, generosa e simpatica, una presenza complice comparsa dal nulla e diventata subito imprescindibile. L. la assiste, la sostiene, inizia a interessarsi sempre più da vicino al problema della scrittura che assilla l'amica e ha una visione incredibilmente lucida. "Ricordo di aver avuto un'intuizione" scrive Delphine. "Qualcosa in L., qualcosa di nascosto, di appena percettibile, mi diceva che era una sopravvissuta, che aveva alle spalle un passato torbido e misterioso, che aveva messo in atto una straordinaria metamorfosi." Una sopravvissuta come tutti gli scrittori, o le persone pericolose.
Siamo davanti a un thriller psicologico dove realtà e finzione si mescolano e sovrappongono sapientemente, creando in più occasioni spunto di riflessione sul significato di verità e  invenzione, sia dal punto di vista letterario che umano.
La protagonista del romanzo si chiama Delphine, come l'autrice, e come lei ha scritto un libro-memoir di successo su sua madre e sulle vicende tragiche del suo passato famigliare, come lei ha un compagno di nome Francois e vive a Parigi. Tutto questo fa parte della biografia della de Vigan, pertanto è reale. Poi compare L., e la fiction si sovrappone alla realtà (o forse no?). 
L. è una donna attraente, sicura di sé, pratica e organizzata; l'esatto contrario di Delphine, che sta vivendo un momento di fragilità personale e professionale. Dopo la pubblicazione del suo ultimo romanzo, infatti, Delphine si sente stremata: una stanchezza fisica e psicologica che grava sulle sue spalle come i sensi di colpa che cova dentro di sé per aver lavato i panni sporchi di famiglia in pubblico e per l'incapacità di iniziare il nuovo progetto editoriale che la sua Casa Editrice attende da tempo.
Delphine è in crisi, il suo è un blocco creativo che le crea uno stato di ansia sempre più forte e paralizzante e L. in quel momento è con lei, disponibile, concreta, piena di buoni propositi. Il rapporto tra le due diviene sempre più intimo e il lettore assiste, con un pizzico di disagio, al progressivo insinuarsi di L. nella vita di Delphine e alla sua progressiva trasformazione, complice un perverso, sottile gioco di persuasione, che renderà le due donne così simili l'una all'altra, da divenire quasi indistinguibili.
L. prende nella vita di Delphine lo spazio che l'"amica" le cede, Delphine prende, a sua volta, qualcosa da L. (disponibilità, idee e anche qualcosa di più).
Il loro rapporto si nutre di ambiguità, come ambiguo e aperto è il finale, che lascia molte domande senza risposta. Chi è davvero L. ? Esiste veramente, in carne e ossa, o è forse una proiezione, un frutto della mente, del conflitto interiore di Delphine? E quanto di reale, di vero, la De Vigan ha messo nel romanzo?
Il libro è scorrevole, ben scritto, il ritmo è sostenuto specialmente nella seconda parte, dove gli eventi si susseguono in un crescendo fino all'ultima pagina.
L'atmosfera del romanzo è sospesa, a tratti quasi irreale, il personaggio di L. volutamente evanescente, incompiuto, misterioso. Non sono riuscita a provare grande empatia nei confronti delle protagoniste, ma credo che l'autrice volesse proprio questo: instillarci il dubbio, creare ambiguità e sospetto.
In conclusione, un libro raffinato, che piacerà agli amanti del thriller psicologico.

Genere: fantasmi e scheletri nell'armadio.
Pagine: 302.
Voto: 
 e mezzo!

mercoledì 21 settembre 2016

Recensione: Non aspettare la notte di Valentina D'Urbano (Ediz. Longanesi; 2016).

Cari Lettori, oggi è proprio una giornata autunnale qui nella città di Romeo e Giulietta. Ho chiuso la casa al mare, riportato definitivamente la famiglia a casa e salutato il mio mare, sono stata piuttosto indaffarata, in effetti, ed è tempo di pubblicare un po' di recensioni arretrate.
Cominciamo con l'ultimo romanzo di Valentina D'Urbano, Non aspettare la notte, che ho letto qualche settimana fa.

Giugno 1994. Roma sta per affrontare un'altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent'anni Angelica è segnata dalla vita non soltanto nell'animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l'incidente d'auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima, è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre. A scoprirla sarà Tommaso, un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi e sono sempre più i giorni neri dei momenti di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista. In quelle foto, Angelica è bellissima, senza cicatrici, e Tommaso se ne innamora. E con il suo amore e la sua allegria la coinvolge, nonostante le ritrosie. Ma proprio quando sembra che sia possibile non aspettare la notte, la notte li travolge...
Come avevo già scritto qui, Valentina D'Urbano solitamente riesce a sorprendermi con romanzi che, per genere e trama, non parrebbero rientrare esattamente nelle mie corde, ma che poi, a conti fatti, apprezzo molto. È successo con Il rumore dei tuoi passi (un amore cupo e malato), con Acquanera (una sorta di favola dark), e con Quella vita che ci manca, dove pur avevo riscontrato un certo "ammorbidimento" (si può dire? Non so, ma rende l'idea) nei protagonisti e nella storia narrata. Ecco, in Non aspettare la notte questa tendenza alla storia d'amore tormentata, sì, ma con retrogusto zuccherino e color rosa confetto, si consolida decisamente. La vicenda di Angelica e Tommaso, i due giovani protagonisti, è una storia d'amore che piacerà sicuramente ai lettori più giovani e romantici, ma che personalmente ho trovato un pochino ingenua e non particolarmente originale.
C'è passione, quella travolgente e assoluta dei vent'anni, c'è tragedia, ma manca quel pizzico di nero, quello stile spigoloso e spesso doloroso, al quale l'autrice ci ha abituato.
Tommaso e Angelica si prendono, litigano, si lasciano, impazziscono di nostalgia come tanti ragazzi della loro età: lei, ricca e un po' viziata, ferita nel corpo e nell'anima dalle cicatrici di un passato che torna a svegliarla ogni notte, lui, estroverso, irriverente e un po' tamarro, irresistibile, ma destinato a perdere la vista per una rara malattia degenerativa. 
Ci sono spunti carini e momenti di pathos, ma in generale le pene amorose, specie se associate a malattie invalidanti, non fanno per me.
Il libro è ben scritto, la prosa della D'Urbano non delude, ma, come ho già scritto, qui manca quel tocco graffiante e personale e il romanzo è un po' troppo young adult per me.
Consigliato ai più giovani e agli amanti delle storie d'amore complicate.

Genere: Ti prendo, ti lascio, ti salvo.
Pagine: 377.
Voto: 
 meno.

giovedì 15 settembre 2016

Recensione: Le cose cambiano di Cathleen Schine (Ediz. Mondadori; 2016).

Cari lettori, oggi vi parlo di un romanzo, Le cose cambiano di Cathleen Schine, che mi è piaciuto davvero tanto.
Guardatela, in copertina, questa bella signora non più giovane che ci guarda con l'espressione di una che ha ancora troppe cose da fare prima di cedere e lasciare che altri decidano come e dove trascorrerà i suoi ultimi anni. 
Joy Bergman, 86 anni, ebrea newyorkese, moglie devota di Aaron, madre di Molly e David e nonna affettuosa di tre nipoti, è la colonna portante di questa storia corale che ci parla di vecchiaia senza indorare la pillola, ma con un umorismo tagliente che pervade ogni pagina.
È un anno drammatico per il clan Bergman, da sempre abituato a contare sulle proprie forze, è l'anno in cui la terza età si trasforma in vecchiaia, quella brutta, quella della malattia e del dolore. Di fronte al deperimento cognitivo e fisico di Aaron, la famiglia si trova a dover fronteggiare quel momento delicato in cui i genitori anziani diventano sempre più fragili e i figli si sentono moralmente chiamati a prendere decisioni in loro vece. 
Forse ci vorrebbe una badante, forse un'infermiera, o una casa di riposo: si arrovellano i "ragazzi", impauriti anche dal risvolto economico della faccenda e dai conti che non tornano mai. E quella casetta al nord, la casa bianca delle vacanze, quella che Joy è riuscita a salvare dai molteplici e fallimentari investimenti economici del marito, fascinoso, innamorato ma inaffidabile, che fine farà?
La Schine ci guida con tatto e grande sensibilità su un terreno minato, dipingendo in rapida alternanza i sentimenti dei figli di fronte all'inevitabile decadimento di mamma e papà. David, il figlio maschio, è più pratico e razionale, diviso fra le necessità della moglie, delle figlie e del lavoro, e il tempo che riesce a ritagliare per i genitori. Molly, la femmina, è sensibile e incline ai sensi di colpa, primo fra tutti, quello di essersi ricostruita una vita, dopo il fallimento del suo matrimonio, nella lontana California, dove vive con una compagna. E in mezzo a un turbinio di consigli non richiesti, proposte, affanni, ecco Joy, Joyful, come la chiamava affettuosamente Aaron, adorabile coriacea svampita, che a 86 lavora ancora part time in un museo e non ci sta proprio a diventare un "rudere", un peso per la famiglia.
Joy, che mentre la sua New York cambia volto con l'alternarsi delle stagioni e mentre i nipoti crescono, tra piccoli e grandi grattacapi, vive i mesi più duri della sua esistenza, rimane vedova, sperimenta il dolore della solitudine, la paura del futuro, la fragilità di un fisico affaticato e logorato. È lei, con la sua testardaggine, con le battute fulminanti sussurrate anche nei momenti più drammatici, con le sue borse sempre piene e il suo deambulatore rosso, a insegnarci che c'è ancora tempo e modo per amare: la vita, la sua città, e perché no, anche un uomo gentile.
Un romanzo raffinato e vero sulla famiglia, sulla terza età, sul rapporto genitori figli, con una protagonista che mi ha totalmente conquistata.
Come recita il titolo originale del libro, da un verso del poeta e scrittore inglese Philip Larkin, “They May Not Mean To, But They Do” (“Non vorrebbero, magari, ma lo fanno”), a volte malgrado l'affetto e le migliori intenzioni, genitori e figli finiscono per non capirsi e per "incasinarsi" la vita.
Un piccolo gioiello da leggere, decisamente consigliato.

Genere: indomita, adorabile vecchietta.
Pagine: 300.
Voto:                
 e mezzo.

giovedì 8 settembre 2016

Recensione/Lettura a quattrocchi: La ragazza che non sapeva di Marion Pauw (Ediz. Neri Pozza; 2016).

Buongiorno Lettori, oggi vi aspetta una recensione un po' particolare. Si tratta di una recensione a quattrocchi (sicura che siano quattro? Perché io ho gli occhiali e quattro li faccio già da sola!), idea creata dalla collega blogger e vippa Laura Libidinosa (no, diamo a Letizia quel che è di Letizia… scusa, volevo dire a Laura 2.0, perché il nome e una mezza idea sono suoi!). 

Io e Laura abbiamo letto nello stesso periodo il romanzo La ragazza che non sapeva di Marion Pauw, e lei, che una ne pensa e cento ne fa (muuuuaaaaaahhhh), mi ha proposto una reciproca "incursione" nelle nostre recensioni: così qui trovate il mio pensiero sul libro con i suoi soavi commenti (soavissimi!!!) e viceversa sul suo blog.
Ve lo dico già, io un po' di ansia da prestazione in questo momento ce l’ho (esagerata!!!!)!
Parliamo del romanzo. Un po' giallo, un po' legal thriller, edito da Neri Pozza: nella mia perpetua ricerca del giallo perfetto potevo forse lasciarmelo scappare (forse dovevi!)?
Raccontato a capitoli alterni da Iris e Ray, i due protagonisti, La ragazza che non sapeva ha il grande pregio della scorrevolezza, è un libro che si legge in fretta e piacevolmente, non è un thriller mozzafiato, ma non ha neanche il ritmo lento di un legal ambientato nelle aule di tribunale; tutto ruota intorno all'indagine psicologica di Iris (detta La Stupida) e Ray, due personaggi davvero diversi tra loro ma accomunati da un legame impensabile per entrambi. 
Lui, Ray, uomo dal passato turbolento, trascorso tra istituti per ragazzi difficili, il carcere per un efferato duplice omicidio e l'attuale "sistemazione" in un centro psichiatrico criminale. Lei, Iris, avvocato (da cui non mi farei difendere manco per il furto di un calzino spaiato!) e madre single di un bimbo problematico, cresciuta all'ombra di una madre algida e insensibile (una specie di strega), costantemente divisa tra famiglia e carriera.
Eppure c'è qualcosa nel passato di Ray che Iris riconosce come la tessera mancante di un puzzle famigliare che lei non è mai riuscita a comporre.
Il romanzo racconta la battaglia di Iris per scagionare Ray dall'accusa di omicidio (porello, condannato già in partenza) e per capire e accettare il legame che li unisce.
Devo dirvi che personalmente nei confronti della storia ho avuto sentimenti ambivalenti. Mentre i capitoli riguardanti Ray li ho trovati ben costruiti e realistici, il suo personaggio descritto a tutto tondo nella sua incapacità di leggere le emozioni delle persone che lo circondano, nei momenti d'ira e in quelli di tenerezza, Iris per me è rimasta, pagina dopo pagina, un personaggio poco consistente. Pasticciona, irruente, spesso fuori luogo, Iris non riesce a essere la controparte ragionevole e determinata di cui la storia, secondo me, avrebbe bisogno (detto io che è Stupida!).
Io e lei, in soldoni non abbiamo per nulla legato.
Al di là di questo parere personale, il libro, come ho scritto, scorre velocemente, tra i ricordi del passato di Ray e il lavoro investigativo di Iris. Verso la fine del romanzo c'è qualche buco narrativo, quasi l'autrice si fosse fatta prendere dalla fretta di arrivare alla conclusione, e così alcuni passaggi importanti, alcune rivelazioni, vengono liquidate velocemente e senza troppe spiegazioni, risultando un po' campate per aria (un po’ tanto…tanto tanto tanto)
Forse a causa di questo ho, stranamente, indovinato il colpevole prima del finale, che, malgrado il mio inusuale guizzo investigativo, rimane un finale ad effetto e piuttosto sconcertante.
In conclusione, un romanzo scorrevole, di piacevole lettura, ma con personaggi azzeccati solo a metà (la metà intelligente, non quella stupida!). Guadagna un'onesta sufficienza. Senza infamia né lode. (vabbè, stavolta sono stata più generosa io e poi mi dite sempre che sono una serpe!)



Che cosa aspettate? correte a leggere la recensione di Laura con i miei commenti! la trovate qui: http://lalibridinosa.blogspot.com/2016/09/lettura-quattrocchi-la-ragazza-che-non.html

mercoledì 7 settembre 2016

Recensione in anteprima: La sposa scomparsa di Rosa Teruzzi (Ediz. Sonzogno; 2016).

Dentro Milano esistono tante città, e quasi inavvertitamente si passa dall’una all’altra. C’è poi chi sceglie le zone di confine, come i Navigli, a cavallo tra i locali della movida e il quartiere popolare del Giambellino. Proprio da quelle parti Libera – quarantasei anni portati magnificamente – ha trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze. È lì che vive con la figlia Vittoria, giovane agente di polizia, un po’ bacchettona, e la settantenne madre Iole, hippie esuberante, seguace dell’amore libero. In una piovosa giornata di luglio, alla loro porta bussa una donna vestita di nero: indossa un lutto antico per la figlia misteriosamente scomparsa e cerca giustizia. Il caso risale a tanti anni prima e, poiché è rimasto a lungo senza risposta, è stato archiviato. Eppure la vecchia signora non si dà per vinta: all’epoca alcune piste, dice, sono state trascurate, e se si è spinta fino a quel casello è perché spera che la signorina poliziotta possa fare riaprire l’inchiesta. Vittoria, irrigidita nella sua divisa, è piuttosto riluttante, ma sia Libera che Iole hanno molte buone ragioni per gettarsi a capofitto nell’impresa. E così, nel generale scetticismo delle autorità, una singolare équipe di improvvisate investigatrici – a dispetto delle stridenti diversità generazionali e dei molti bisticci che ne seguono – riuscirà a trovare, in modo originale, il bandolo della matassa, approdando a una verità tanto crudele quanto inaspettata.

Buongiorno Lettori, oggi vi racconto in anteprima l'ultimo romanzo di Rosa Teruzzi, La sposa scomparsa, che ho potuto leggere con largo anticipo rispetto alla pubblicazione, grazie ad una copia omaggio inviatami da Valentina, della Casa Editrice Sonzogno. L'uscita nelle librerie è prevista per domani, otto settembre!
Due parole sull'autrice in questo caso sono d'obbligo; Rosa Teruzzi è una scrittrice giornalista milanese, esperta di cronaca nera e caporedattore della trasmissione televisiva Quarto Grado, che da anni si occupa di raccontare i retroscena di casi di cronaca che appassionano e dividono l'opinione pubblica.
Questo per dirvi che ne La sposa scomparsa, ambientato a Milano e incentrato sul "cold case" di una ragazza scomparsa misteriosamente trent'anni fa, la Teruzzi si muove nel suo elemento, proponendoci una storia di donne e di violenza sulle donne, purtroppo molto attuale ai nostri giorni.
In una Milano ricca di atmosfera, incontriamo tre generazioni di donne che vivono e si confrontano in un vecchio casello ferroviario riadattato: Libera, capelli rossi e animo delicato, vedova di un poliziotto e creatrice di meravigliosi bouquet da sposa, Vittoria, la sua giovane e ombrosa figlia, poliziotta come l'amato padre, e Iole, la madre alternativa, girovaga, dedita alle discipline orientali e all'amore libero, malgrado i suoi 70 anni compiuti.
Sono loro le protagoniste del romanzo, loro , in particolare Iole e Libera, le detective improvvisate, che si trovano "invischiate" in un vecchio caso di scomparsa, caso mai risolto, e che la giovane Vittoria non ha alcuna intenzione di riaprire. 
Carmela è sparita tanti anni fa, senza lasciare traccia, inghiottita in un limbo che non l'ha più restituita, né viva né morta. Aveva appena rotto il fidanzamento, Carmela, e pertanto le indagini all'epoca si erano concentrate sull'ex fidanzato, presto scagionato da un alibi di ferro.
È mamma Rosalia, oggi, a chiedere a Libera intercessione presso la figlia investigatrice. E Libera, affiancata e spesso spinta dall'inarrestabile Iole, farà molto di più.
Il romanzo è ben scritto e molto scorrevole, la storia di cronaca nera, triste e attuale, è ben amalgamata con i dialoghi frizzanti e pieni di verve cuciti addosso alle tre protagoniste. 
Malgrado io non sia solitamente una fan dei "detective per caso", ho trovato il mix molto gradevole e azzeccato. Il risultato è una "brillante commedia gialla" , ambientata in una Milano tutta da scoprire. Il finale è piuttosto aperto per quanto riguarda le vicende personali delle protagoniste e fa sperare in secondo capitolo di questa piccola saga tutta al femminile, dalla quale potrebbe benissimo venire fuori anche una fiction!

Genere: avventure giallo rosa a Milano.
pagine: 171
Voto: 
               e mezzo.

lunedì 5 settembre 2016

Estate 2016, il cestone delle delusioni è pieno!

E' arrivato settembre, anche se il clima qui in Liguria è sfacciatamente da piena estate, e con settembre è arrivato il mio malanno fuori stagione, un virus pernicioso che da un paio d'anni mi costringe in casa smoccolante, tisica e per nulla di buon umore. Settembre, che per me è anche tempo di bilanci e di buoni propositi (un po' come quando si andava a scuola e si era in procinto di iniziare l'anno scolastico). I buoni propositi personali ve li risparmio, i bilanci, per carità! però una cosa che mi salta all'occhio in queste giornate di fine estate...è il numero di libri che ho "gettato" in corso di lettura o che ho finito sbuffando, per nulla contenta.
Una volta c'era il cestone delle delusioni, materialmente, intendo. C'è ancora, pieno di libri impolverati in un angolo della mia stanza, strati, ere geologiche di romanzi, da Patricia Cornwell a gialli truculentissimi con scheletri in copertina che mai e poi mai ricomprerei in tempi moderni. Gusti di gioventù, epoche della vita.
Negli ultimi anni, il cestone è diventato più che altro virtuale (con buona pace del mio portafoglio), e per il lancio del romanzo mi basta l'indice e il tasto delete: cambia poco, alla fine dei conti. Quest'estate il mio indice ha cancellato titoli forsennatamente, mi è quasi venuta l'artrite! 
Vi propongo alcuni titoli che non hanno incontrato il mio gusto, magari alcuni li avete letti, magari sono stata frettolosa e mi potete far ricredere (non sarebbe la prima volta che succede), o forse sarò io ad aiutarvi a depennare qualche romanzo dalla vostra WL.
Sarai sempre mia amica di M.O. Walsh. Giallo (?), ambientato nel sud degli Stati Uniti, un'estate torrida, una ragazzina molestata e stuprata, fra i sospettati anche un amico della vittima, da sempre platonicamente innamorato di lei. Riflettori sempre puntati su questo ragazzo, almeno fin dove sono arrivata io con la lettura del libro, l'idea mi piaceva, ma il ritmo mi conciliava il sonno e ben presto ho perso interesse nel racconto. Ho fatto male?
Il libro delle bugie di Mary Horlock. Inizio scoppiettante per questo Neri Pozza che prometteva così bene. Isola di Guernsey, Canale della Manica, la bruttina Cathy uccide l'amica Nicolette, bella e corteggiata, gettandola dalla scogliera. Sicuramente avrà avuto degli ottimi motivi per farlo, purtroppo molto presto la storia della due ragazze lascia il posto a una sorta di reportage sull'occupazione tedesca dell'isola nel corso del secondo conflitto mondiale. Ci sono segreti di famiglia che covano nel passato, si intuisce, ma la noia ha prevalso (o forse non volevo leggere l'ennesimo libro ambientato in tempo di guerra). Mi rimarrà il dubbio di aver cestinato troppo frettolosamente un Neri Pozza.

L'ultima estate a Chelsea Beach di Pam Jenoff. Ecco un romanzo che poteva essere molto piacevole. Poteva raccontare molto di più. La delusione nasce proprio da questo, dall'occasione mancata. Storia di una ragazza ebrea  che i genitori affidano agli zii d'America per sfuggire alle leggi razziali. Da Trieste alla East Coast, dal piccolo mondo conosciuto, alla nuova realtà. Ad aiutarla nel sentirsi a casa, una numerosa famiglia irlandese, chiassosa, disordinata, irresistibile. 
Accattivante; peccato fin dall'inizio la protagonista sospiri col cuore palpitante per il figlio maggiore della suddetta famiglia. E tutto si focalizzi lì. Per le più romantiche il libro è assolutamente godibile. Per me uno stile troppo zuccheroso.

I vacanzieri di Emma Straub. Romanzo carino e disimpegnato nella trama, apparentemente perfetto per l'estate, mi ha stufata lungo la strada e non mi ha lasciato molto. La famiglia Post, marito, moglie e due figli, si riunisce per una vacanza a Maiorca, con loro anche una coppia di amici omosessuali. Chiaramente i Post covano parecchi problemi famigliari, di quelli che si annidano in mezzo ai bagagli e non rimangono a casa ad aspettare. A mio modesto parere il problema principale è l'odiosa signora Post, che flirta in continuazione con il suo miglior amico omosessuale, mettendo in imbarazzo un po' tutti. Un romanzo di cui si può tranquillamente fare a meno.


Intanto vi lascio questi titoli, qualcuno di voi li ha letti? potete farmi cambiare idea? 
Alla prossima puntata del cestone delle delusione 2016!
baci