giovedì 30 giugno 2016

Recensione: Il treno per Tallinn. La prima indagine di Marko Kurismaa, di Arno Saar (Ediz. Mondadori, 2016).


Buongiorno Lettori, oggi vi parlo di un romanzo che mi ha favorevolmente colpita, si tratta de Il treno per Tallinn di Arno Saar, pseudonimo dietro al quale si nasconde, stando a quanto scritto nella presentazione del libro, un noto scrittore italiano. 
Devo essere sincera, quando Mondadori mi ha proposto questa lettura, ero un po' scettica. Un autore nostrano che si nasconde dietro a un nome straniero per raccontare una storia ambientata in una cittadina dell'ex Unione Sovietica, mi pareva impresa ardita. E invece, mi sono dovuta ricredere.
Il romanzo, fin dalle primissime righe, racchiude in sé così tanti omaggi al giallo classico, da risultare immediatamente gradevole, almeno per una come me, che da ragazzina è cresciuta a pane e Agatha Christie.
Nella piccola stazione ferroviaria di Tallinn, cittadina portuale affacciata sul Baltico, crocevia di culture (80 km in linea d'aria da Helsenki) e dal 1991 fieramente indipendente dal dominio sovietico, il cadavere di un uomo viene ritrovato su un treno proveniente dalla Russia. Apparentemente si tratta di una morte naturale o legata all'abbondante uso di alcoolici avvenuto durante il viaggio. Non ci sono segni di violenza, arti smembrati, corpi in decomposizione, ma lo scenario più classico che possiamo immaginare: un possibile avvelenamento durante la corsa sui binari, lungo il desolato scenario di neve e steppa che porta a Tallinn.
Omicidio in treno, con probabile avvelenamento: il pensiero va a Hercule Poirot e alla cara Miss Marple, che a questo punto si staranno allegramente e metaforicamente sfregando le mani. 
La cerchia degli indiziati inizialmente è ristretta ai pochi viaggiatori di prima classe del treno: ecco un altro elemento del giallo classico che si aggiunge al quadro!
Incaricato delle indagine è il commissario di polizia Marko Kurismaa, un personaggio tutto d'un pezzo; uomo dalla notevole fisicità, Marko non teme il freddo e preferisce muoversi con gli sci da fondo piuttosto che chiudersi nella sua vecchia auto. Pronto a menar le mani se necessario, Kurismaa sa muoversi con destrezza in un ambiente dove corruzione, povertà, droga e prostituzione, convivono da sempre con la spinta versa l'Europa, la modernità e la bellezza, che fanno dell'Estonia un paese in continuo mutamento. 
Marko, con la sua personale interpretazione del senso di giustizia e del dovere, il piglio deciso e la battuta pronta, ricorda Marlowe in chiave moderna, e il richiamo al genere hard boiled è ben confezionato.
Ambientato splendidamente in un' Estonia dai grandi contrasti, nella città di Tallin, patrimonio dell'umanità dell'Unesco, dove le tracce dell'occupazione sovietica, i tristi casermoni di stampo stalinista, convivono con le strette vie della bellissima città vecchia medievale, il romanzo si legge velocemente e sorprende. Non è tanto per l'intreccio giallo, piuttosto essenziale e senza fronzoli, ma è proprio per l'atmosfera sospesa nel tempo che lo pervade, per la capacità di descrivere un paese ancora in lotta per la propria identità, proprio come il commissario Marko Kurismaa, un personaggio azzeccato, realistico nel suo romanticismo vecchio stampo.
Un tributo al grande giallo classico fin dalla copertina "Giallo Mondadori" , un libro che penso possa piacere a molti e che, a quanto pare, avrà presto un seguito: il commissario è destinato a tenerci compagnia in futuro e io sono curiosa di conoscerlo meglio.
Decisamente promosso!

Genere: tra Gorky Park e Assassinio sull'Orient Express.
pagine: 166.




lunedì 27 giugno 2016

Recensione: Una specie di felicità di Francesco Carofiglio (Ediz. Piemme, 2016).

Buongiorno Lettori, è arrivata l'estate, siete contenti? Io lo sarò solo se e quando approderò su una spiaggia. La mia tolleranza al caldo cittadino è ormai ai minimi storici! Sto leggendo parecchio in questi giorni, ma sono piuttosto latitante sul blog, portate pazienza, l'idea del vecchio pc ansante e bollente sui miei garretti desnudi (che bella immagine) non mi attrae per nulla!

Oggi vi lascio il mio pensiero sul nuovo romanzo di Francesco Carofiglio, Una specie di felicità. 
Sceneggiatore, illustratore, scrittore, Francesco, fratello del più noto Gianrico, è un artista poliedrico che mi ha regalato, in passato, ore di piacevole lettura e belle emozioni. Ricordo fra gli altri L'estate del cane nero, Radiopirata, Ritorno nella valle degli angeli, romanzi ben scritti, con temi ricorrenti a me cari, come l'adolescenza, il divenire adulti, il ricordo delle proprie origini. 
Più recentemente, nella bibliografia dell'autore troviamo un romanzo breve scritto a due mani con il fratello (La casa nel bosco, qui per saperne di più) e un paio di titoli che non mi hanno entusiasmata. 
Una specie di felicità, libro breve e molto intimista, si pone un po' nel mezzo: l'ho letto velocemente e con piacere, ma non l'ho trovato all'altezza dei primi romanzi.
Giulio d'Aprile è uno psicoterapeuta molto bravo nel suo lavoro, un po' meno nel compito piuttosto difficile di fare chiarezza in se stesso e liberarsi dei tanti freni a mano tirati che rallentano e bloccano la sua esistenza. 
Giulio è prigioniero di una grande solitudine interiore e di una certa tendenza a lasciarsi trasportare dagli eventi. E' separato, ha due figli con i quali non ha un grande dialogo, specie con la figlia adolescente ci sono incomprensioni e silenzi, e un padre che, a un certo punto della vita, ha abbandonato moglie e figlio per inseguire un sogno di libertà e felicità che Giulio non può comprendere e la cui assenza pesa come un macigno. L'unica roccia alla quale Giulio si aggrappa è sua mamma, una donna forte e determinata, che soffre dei primi acciacchi di un'età non più verdissima. 
In un momento di insicurezza personale e affettiva, Guido inizia un nuovo percorso lavorativo: si tratta di sedute settimanali di psicoanalisi con il Professore, ovvero con l'uomo che è stato, all'università, suo maestro e mentore e che attualmente vive in spontaneo "ritiro" in una casa di cura.
Il professore è un uomo di straordinaria cultura ed è poco incline ad accettare le regole dell'analisi e così ben presto le sedute diventano il campo di battaglie verbali, dove i ruoli si invertono e i vissuti dei due si mescolano e danno spunto a conversazioni che toccano corde sempre più personali e dolorose.
Due personaggi femminili diventeranno, strada facendo, centrali nella narrazione e nelle esistenze dei due uomini: uno rappresenta il passato con cui il Professore deve riconciliarsi, l'altro la spinta vitale, il salto nel buio, l'ignoto, che Giulio deve imparare a accogliere senza paura.
Se da una parte ho trovato bella l'idea delle sedute tra i due colleghi, il maestro e l'allievo, che consentono anche richiami al passato di Giulio, alla sua vita da "mediano", al suo vivere defilato, lontano da decisioni e grandi emozioni, dall'altra alcuni dialoghi e le frequenti citazioni, mi hanno lasciata abbastanza indifferente (lo so, il mio solito problema con la filosofia spiccia). E il personaggio di Giulio mi è parso spesso poco incisivo: il quarantenne in crisi esistenziale è diventato, letterariamente parlando, un po' un cliché, e il nostro protagonista, pur nella sua intelligenza e nel suo attaccamento alle origini e alla famiglia (le scene ambientate nella casa natale con la madre, sono, a mio gusto, le migliori), virtù che ho apprezzato, non mi è parso aggiungere nulla di originale a quanto già descritto in altri romanzi. Anche il suo strano rapporto con una donna misteriosa e piuttosto inquietante (e qui potrei dirne parecchie, ma, mannaggia, non posso spoilerare), non è riuscito a farmi amare o capire di più il nostro protagonista e la storia in generale.
Un libro che si legge, scorrevole, ben scritto, ma che a me ha lasciato poco. Mi dispiace, forse sono particolarmente severa in questa recensione, perché l'autore mi ha abituata a romanzi e personaggi di gran lunga migliori. 

Genere: In treatment.
Pagine: 240.
Voto: 
  meno !


martedì 21 giugno 2016

Recensione: La terza moglie di Lisa Jewell (Ediz. Mondadori; 2016).

Buongiorno Lettori, oggi vi presento un romanzo che mi ha incuriosito fin dalla sua uscita in libreria. Si tratta de La terza moglie di Lisa Jewell, una storia di intrighi famigliari, genere che, come sapete, mi piace molto.
Quando ho chiesto una copia omaggio ad Anna di Mondadori, non sapevo bene in realtà cosa aspettarmi da questo libro. Un giallo, un thriller, una sorta di saga famigliare?
Non sapevo nemmeno quanto l'autrice fosse nota in Inghilterra, dove ha pubblicato, con successo, molti romanzi, perlopiù appartenenti al genere chick-lit.
La terza moglie è una storia di legami di famiglia che ha come protagonisti i membri di un'atipica famiglia allargata. È una storia venata di giallo, non un thriller che vi farà saltare sul divano e chiudere a doppia mandata le porte di casa, ma il racconto di quanto l'egoismo e i segreti domestici, a volte, possano essere più pericolosi di una pistola pronta a sparare.
Adrian ha sposato, giovane, la bella e libera Susie, da lei ha avuto due figli. Quando i bambini erano ancora piccoli, Adrien si è innamorato di Charlotte, donna forte e volitiva, ha lasciato Susie e prole e si è rifatto una famiglia in una splendida casa a Londra. Ha avuto altri tre figli che ha cresciuto affettuosamente fino a quando, ormai superata la quarantina, ha incontrato Maya. La bella, giovane Maya, destinata a diventare la sua terza moglie. 
Adrian è un traditore seriale, belloccio, ricco e giovanile, lo si immagina altezzoso e pieno di sé, con due ex mogli rabbiose e isteriche alle costole e una nuova consorte appariscente e insensibile.
Tutto sbagliato. 
Quando lo conosciamo, e per tutta la prima parte del romanzo, Adrian ci appare come un uomo addolorato e pieno di rimpianti e rimorsi. Un uomo che ha cercato tutta la vita, sopra ogni cosa, di far vivere le sue famiglie in armonia, un ex marito che paga fior di quattrini perché tutti i figli possano vivere con le madri nelle case in cui sono nati e che lui, di volta in volta, ha costruito e poi abbandonato. Adrian è amichevole e rispettoso, una sorta di capo tribù: riunisce la sua famiglia allargata per lunghe vacanze al mare, e tutto pare funzionare, fra sorrisi, baci e cortesie. Ma l'idillio si infrange dopo l' improvvisa e inspiegabile morte di Maya (non è uno spoiler, il romanzo inizia così), che una notte, ubriaca, finisce sotto un autobus, lasciando Adrian solo e inconsolabile.
Cosa ci faceva Maya, giovane, bella, ma per niente insensibile, a tarda notte, sola, in un locale a stordirsi di alcool? E quanti segreti si nascondono dietro tutti quei sorrisi e quei baci.
Mentre, nel presente, Adrian apre faticosamente gli occhi su quel che non ha voluto vedere per anni, in un piano temporale antecedente, gli occhi di Maya si posano sul paradiso amaro della famiglia allargata.
E ogni singolo personaggio mostrerà la sua faccia più nascosta.
La terza moglie è un romanzo ben strutturato e scritto in modo scorrevole. Esplora temi pesanti, quali l'egoismo, il tradimento e il profondo dolore dei figli che assistono al divorzio dei genitori, lo fa stemperando il dramma e ricoprendolo da una patina di giallo. 
Un'arma a doppio taglio: ne esce un libro che intrattiene, perfetto per una lettura estiva senza troppi pensieri, che perde però qualcosa nell'approfondimento dei personaggi e nell'empatia che il lettore prova nei loro confronti. 
In conclusione, un romanzo da leggere durante le vacanze. Adatto a tutti.

Genere: fratelli  & coltelli.
Pagine: 330.
Voto:             


venerdì 17 giugno 2016

Recensione: La via del male di Robert Galbraith (Ediz. Salani, 2016).

Cari i miei Super Lettori, oggi parliamo dell'ultimo romanzo di Robert Galbraith (aka J.K. Rowling, creatrice di Harry Potter), La via del male. Si tratta della terza avventura della serie che vede come protagonisti l'investigatore privato Cormoran Strike e la sua assistente Robin Ellacott.
Che questa strana coppia abbia conquistato fin dal romanzo d'esordio (Il richiamo del cuculo, potete recuperare la mia recensione qui) la mia simpatia, è cosa nota. Lui ex-militare, grande e grosso, claudicante e spiegazzato, lei bionda, dolce e angelica, ma con una determinazione di ferro. Tra loro un rapporto lavorativo (e non solo) in continua crescita e trasformazione. C'è sintonia, affetto, c'è Robin, promessa sposa a un coetaneo perfettino e senza sugo, che guarda Cormoran con evidente adorazione, e lui, che di donne sbagliate ne ha avute una valanga, che tratta lei come un oggetto raro e fragile. I due funzionano, anche quando la trama gialla personalmente non mi esalta, come è accaduto nel il secondo libro della serie (Il baco da seta, qui la recensione)
Leggendo i commenti dei lettori in rete, mi sono resa conto della grande e crescente simpatia che il pubblico nutre per Cormoran e Robin, di quanto la loro storia personale interessi quasi più delle loro complicate avventure poliziesche.
Bene, in questo romanzo l'autrice ci regala esattamente ciò che molti di noi desideravano: mette i due protagonisti al centro di una trama costruita e modellata attorno ai loro personaggi, funzionale a mettere in risalto pagine finora taciute del loro passato; vedremo il loro rapporto evolvere, sentiremo crescere quella tensione che cova fra i due fin dal loro primo incontro. E tutto partendo da una gamba amputata e recapitata all'ufficio di Strike con un corriere. Truculento e un po' perverso, tra arti in busta e incursioni nel mondo dei transabili (persone che si sentono a disagio nel proprio corpo sano e ambiscono alla disabilità), tra loschi figuri che emergono dal passato di Cormoran e dolori impensabili che filtrano da quello di Robin, appostamenti, inseguimenti e abiti da sposa, La via del male è un romanzo che si legge in modo compulsivo, un vero page turner. Sì, forse è un po' esagerato in alcuni punti, un po' telefilm di Shonda Rhimes nel finale, ma è sicuramente un libro divertente, coinvolgente e scritto davvero bene. E' cupo, ma con un pizzico di romanticismo per nulla sdolcinato che non guasta. 
La Rowling ha definito questa serie di romanzi "il suo personale parco giochi": evidentemente si è divertita un mondo a scrivere La via del male, e io anche di più a leggerlo!
Questa è una di quella recensioni in cui posso raccontare davvero poco riguardo la trama, vi rovinerei la lettura e anche sui protagonisti e sul finale.. mi tocca chiudere la bocca. Leggete il romanzo, ne vale la pena. E poi tornate qui, che ne riparliamo!
Vi lascio la sinossi ufficiale:
Quando un misterioso pacco viene consegnato a Robin Ellacott, la ragazza rimane inorridita nello scoprire che contiene la gamba amputata di una donna. L'investigatore privato Cormoran Strike, il suo capo, è meno sorpreso, ma non per questo meno preoccupato. Solo quattro persone che fanno parte del suo passato potrebbero esserne responsabili - e Strike sa che ciascuno di loro sarebbe capace di questa e altre indicibili brutalità. La polizia concentra le indagini su un sospettato, ma Strike è sempre più convinto che lui sia innocente: non rimane che prendere in mano il caso insieme a Robin e immergersi nei mondi oscuri e contorti degli altri tre indiziati. Ma nuovi, disumani delitti stanno per essere compiuti, e non rimane molto tempo...

Genere: tira e molla tra le vie di Londra.
Pagine: 603.
Voto: 
              e mezzo!

mercoledì 15 giugno 2016

La mia settimana librosa 3. #9.

Buongiorno Lettori! oggi festeggiamo il sole dopo tanta pioggia; in realtà la temperatura è più da inizio primavera che da quasi-estate, ma tanto io in questa stagione mi lamento sempre. Se fa caldo caldo mi si frigge il neurone, se fa freddo fuori stagione.. è possibile vedermi in giro col colbacco in testa, quindi me la metto via! 
Dove eravamo arrivati? 
Rispetto alla scorsa puntata:
- abbiamo scelto un nuovo mezzo di locomozione munito di quattro ruote (che ve ne frega? non so, se qualcuno si fosse preoccupato per il nostro parco auto, lo rassicuro, la Twingo c'è ancora e accanto c'è una nipponica con gli occhi a mandorla).
- ho recensito La vita secondo Banana di PP Wong, qui.
- ho recensito La pioggia prima che cada, il mio primo libro di Jonathan Coe ,bellissimo! qui.
- ho letto e recensito Notti in bianco, baci a colazione di Matteo Bussola, un breve romanzo molto delicato. Qui.
- ho letto e recensito Equivoci e bugie di Joanna Cannon, un libro d'esordio sorprendente. Il mio pensieri qui!
- ho letto La casa del sonno di Jonathan Coe e presto arriverà la recensione, molto tormentata.
- ho appena finito di leggere La via del male di Robert Galbraith, terzo capitolo della saga che ha come protagonisti l'investigatore privato Strike e la sua "segretaria" Robin. Bello e divertente, sto scrivendo la recensione!

Sto leggendo, in realtà ho appena iniziato, il romanzo La terza moglie di Lisa Jewell, un libro che mi attirava e del quale Mondadori mi ha gentilmente omaggiato (copia digitale, eh, così rispondo a un paio di lettrici che mi hanno chiesto se ricevo dalle CE omaggi cartacei. La risposta è: finora no. Ma a me il digitale va benissimo, anche per problemi di vista).
Adrian è un architetto stimato e la sua vita è praticamente perfetta. È un uomo di successo. Attraente. Amato. Ha ottimi rapporti con le sue due ex mogli e con i cinque figli. Non solo: si è appena risposato per la terza volta con Maya. Ma tutto funziona, perché tutti sono felici: i bambini, lui e anche la sua terza moglie. Adrian è il collante che riesce a tenere insieme tutti i membri di questa numerosissima famiglia allargata. Maya, però, muore improvvisamente, investita da un autobus alle tre del mattino. Era sola. E ubriaca. Terribile incidente o suicidio? Da quel momento la vita di Adrian comincia a cadere a pezzi. Piano piano, le crepe profondissime che si sono insinuate nella sua esistenza apparentemente solida si fanno sempre più evidenti. Perché tutti hanno dei segreti. E i segreti hanno delle conseguenze. E alcune possono essere devastanti.

E ora passiamo alle entrate in Libreria!
-Il treno per Tallin di Arno Saar (nome nordico che è pseudonimo di un autore italiano). Questo romanzo giallo è un altro omaggio di Mondadori, che ringrazio.
È notte, la neve cade fitta quando il treno proveniente da San Pietroburgo fa il suo ingresso nella stazione di Tallinn, capolinea. Bastano venti minuti perché dei passeggeri rimangano solo le impronte sulla neve; uno però è ancora a bordo, accasciato in una poltrona di prima classe, una bottiglia di liquore accanto a sé. Morto. È Igor Semenov, un uomo d'affari russo. Il caso è delicato e viene affidato al commissario di polizia Marko Kurismaa, che con i russi ha un conto in sospeso. E non è il livore di tanti estoni nei confronti del popolo che fino a pochi anni prima li dominava: è un dolore tutto personale. Marko ha il fascino dell'uomo tormentato, il fisico asciutto dell'ex sciatore di fondo e il rigore di chi nella vita si è dovuto conquistare tutto. In più, nasconde qualcosa. In altri tempi, Marko ha avuto la presunzione di saper distinguere al primo colpo la verità dalla menzogna. Ora è più cauto, forse più saggio, la nostalgia della giovinezza lo punge sempre più spesso e i dubbi sono quotidiani compagni d'indagine: da dove viene la tristezza che rende opaco lo sguardo di Olga, la giovane e bella moglie della vittima? Quanto è pericoloso l'uomo che qualche giorno prima è stato visto attaccare briga con Semenov? Arno Saar ci guida sulle tracce dell'assassino lungo le strade della gelida Tallinn, tra i vicoli della città vecchia, i locali alla moda delle ex zone industriali e gli squallidi quartieri dell'architettura sovietica. Un'ambientazione originale e suggestiva, un protagonista complesso e affascinante, una galleria di personaggi indimenticabili e un impeccabile congegno narrativo: Il treno per Tallinn è un romanzo straordinario e Arno Saar, pseudonimo di un importante scrittore italiano, sa procedere col passo spedito del giallista e la ricchezza di prospettiva del romanziere di classe.
-Scrivere è un mestiere pericoloso di Alice Basso. Potevo resistere al richiamo di Vani Sarca? 
La sua nuova sfida è creare un ricettario dalle memorie di un'anziana cuoca. Un'impresa ardua, quasi impossibile. Perché Vani non ha mai preso una padella in mano, e non le è chiarissimo il significato di parole come scalogno o topinambur. Ma inaspettatamente, mentre esegue l'incarico con il conforto morale di un gourmet come il commissario Berganza, una rivelazione cattura il suo interesse: la cuoca confessa un delitto. Un delitto che riguarda una delle famiglie più in vista di Torino, e che per la cronaca ha un altro colpevole. Berganza abbandona i fornelli per indagare, e adesso è lui ad aver bisogno di Vani, del suo dono che le permette di osservare le persone e scoprirne i segreti più nascosti. Eppure la strada che porta alla verità è lunga e tortuosa. A volte la vita assomiglia a un giallo, piena di falsi indizi: solo l'intuito di Vani può smascherarli.
-La figlia del reverendo di Flora Mayor, dopo due romanzi "gialli", vi propongo un Neri Pozza molto british. Non tutti lo hanno apprezzato, forse per lo stile, è stato pubblicato infatti per la prima volta nel 1924 e qualcuno lo ha trovato un po' datato. Io mi fido della Casa Editrice e lo provo!
Dedmayne è un villaggio insignificante nelle contee orientali dell'Inghilterra. Non ha una vita sociale degna di questo nome. Non c'è gente altolocata, né le solite ricche bigotte che possano contribuire alle necessità della canonica. Il reverendo Jocelyn ha ormai ottantadue anni. È un vecchio accidioso e risentito che vive con la figlia Mary. Mary è nata lì e non ha quasi mai lasciato il circondario. Un giorno, però, si trasferisce nelle vicinanze il figlio di un vecchio amico del padre, Robert Herbert. E tutte le emozioni, soffocate nel corso degli anni vissuti all'ombra della canonica fra dispute anti-papiste e dottissime letture di Tertulliano, riemergono con forza, per la figlia del reverendo, in un'attrazione mai provata prima. Mary sembra rifiorire e diventare "sempre più una persona come tutte le altre". Fa amicizia con Kathy, una donna elegante e spigliata, si apre alla piccola costellazione di donne del villaggio, raggiunge Londra, si lascia estorcere un bacio adulterino da Robert Herbert. La finestra che si apre, tuttavia, sul mondo esterno si richiude subito. Trame scartate, brevi interludi, infelicità coniugali, Mary non tarda a scoprire di essere fuori posto nella modernità, "una zitella anglicana" capace di vivere soltanto a Deadmayne, dove gli anni scorrono sempre uguali, ma dove tutto si aggiusta.

Per oggi mi fermo qui. In realtà ci sarebbero altre new entry, compresi alcuni regali di compleanno, ma quelli ve li presenterò la prossima puntata, sennò facciamo notte!
E voi, cosa leggete in questi giorni?

lunedì 6 giugno 2016

Recensione: Equivoci e bugie di Joanna Cannon (Ediz. Corbaccio, 2016).

Oggi vi racconto un romanzo d'esordio che ho trovato sorprendente sotto molti punti di vista.
Si tratta di Equivoci e bugie dell'autrice inglese Joanna Cannon.
East Midlands, una strada di periferia come tante, casette a schiera ordinate con i loro giardini fronte e retro, si affacciano sulla Avenue, teatro della vita di una comunità borghese, inglese fino al midollo. È l'estate del 1976, una delle più calde che l'Inghilterra ricordi, la scuola sta finendo e Grace e Tilly, amiche per la pelle, sono scosse, come tutto il vicinato, per la misteriosa scomparsa di Mrs. Creasy, del civico numero 8, una donna di buon cuore e benvoluta da tutti.
L'incipit e i primi capitoli di questo romanzo mi hanno folgorata. 
Sarà l'atmosfera profondamente british che si respira in ogni pagina, sarà la ricostruzione dettagliata di un'epoca che oggi appare così lontana, e una prosa così particolare, viva, ricca, evocativa, ma sembra quasi, leggendo, di sentire il caldo anomalo di quelle giornate di giugno in cui tutto ha inizio e di vederle, Grace e Tilly, sedute sul muretto che si affaccia sulla via. Grace più grandicella, estroversa, quasi sfacciata, Tilly uno scricciolo pallido e timido, con un ampio cappello di tela cerata per proteggersi dal sole e un maglioncino sulle spalle per ogni evenienza meteorologica. Queste due bambine mi hanno conquistata, da subito: il loro rapporto così vero e credibile, mi ha fatto sorridere e in alcuni punti anche commosso.
"Ho frequentato Tilly Albert per un quinto della mia vita.
Arrivò due estati fa nel retro di un grosso furgone bianco, dal quale la scaricarono insieme a una credenza e tre poltrone...
...La bambina sbucata dal retro del furgone era ancora impalata sul marciapiede. Era piccola, tonda e molto pallida, come un gigantesco ciottolo bianco, con un impermeabile abbottonato fin sotto il mento anche se non pioveva da tre settimane. Fece una smorfia come se stesse per mettersi a piangere, poi si piegò in avanti e si vomitò sulle scarpe.
«Che schifo» dissi, e presi un’altra focaccina.
Alle quattro del pomeriggio era già con me al tavolo della cucina".
Folgorata da una predica del parroco e annoiata dalle torride giornate tutte uguali, Grace decide che se Dio è ovunque, come ha sentito dire in chiesa, allora è suo compito trovarlo lì, nel posto dove abita da quando è nata. E una volta trovato Dio, Mrs Creaisy potrà tornare a casa. 
Inizia un'indagine strampalata, condotta con intuizioni argute e tanta ingenuità infantile, nella quale Grace trascina una mansueta Tilly, verso la quale nutre un rapporto protettivo, affettuoso, a volte anche un po' condiscendente. 
La prima (e forse unica) cosa che le due imparano fin da subito è che gli adulti custodiscono valanghe di segreti e dicono anche bugie. 
Di casa in casa, di giardino in giardino, le piccole investigatrici ci presentano la loro comunità, un gruppo eterogeneo di persone che si conoscono da sempre e che paiono legate tra loro da un tragico e misterioso evento che coinvolse il civico numero 11 una decina di anni prima.
La voce narrante di Grace lascia il posto, capitolo dopo capitolo, a quella dei vicini di casa, ciascuno dei quali racconta al lettore la propria versione, parziale, della storia. 
E qui, tocca ammetterlo, il romanzo diventa fin troppo tortuoso e complicato, tanti personaggi, tante mezze verità sussurrate a fior di labbra, frequenti salti temporali e una pioggia di indizi, lasciati cadere quasi per caso, che più che avvicinare alla verità, hanno avuto il potere di confondermi parecchio le idee. 
Una complessità forse troppo ambiziosa per l'esordiente Joanna Cannon, che riesce comunque, a mio avviso, a uscirne a testa alta, grazie a uno stile personale e incantevole e a una abilità rara nel descrivere le dinamiche interpersonali dei tanti personaggi. Dal quarantenne succube di una madre possessiva e egoista, al vedovo inconsolabile, dal marito che vessa la moglie affetta da sindrome ansiosa, alla madre single con figlia adolescente, la Cannon non sbaglia un colpo, mette in scena una comunità variopinta ma sempre credibile nella sua ansia di apparire decorosa e nelle sue umanissime pulsioni.
E poi ci sono loro, Grace e Tilly, che da sole valgono l' intero viaggio nei misteri della Avenue. Tutt'altro che perfetto, il loro rapporto è il vero protagonista del romanzo, tra fragilità e certezze, tenerezza e crudeltà. E di più non posso proprio dirvi.
Un po' Agatha Christie, un po' Wisteria Lane delle Desperate Housewives in versione very british, questo libro mi ha sorpresa con una bella scrittura, vivace, ricca ma non ridondante e con una fine introspezione psicologica. 
La trama gialla in sé e il finale non sono probabilmente le parti più riuscite, complice forse in intreccio troppo complicato.
Il mio giudizio è comunque positivo, si tratta un romanzo che vale la pena leggere: vi farà pensare, sorridere e anche commuovere ed è un ottimo esordio, che promuovo quasi a pieni voti!
Piccola nota sull'autrice: non mi sono per nulla stupita di scoprire, leggendo la sua biografia, che Joanna Cannon è  un medico psichiatra con molta esperienza clinica: sicuramente conosce bene l'animo umano ed i suoi piccoli, grandi segreti!

venerdì 3 giugno 2016

Recensione: Notti in bianco, baci a colazione di Matteo Bussola (Ediz. Einaudi, 2016).


Buonasera Lettori, oggi parliamo di un piccolo libro che sta riscuotendo un grande successo, si tratta di Notti in bianco, baci a colazione di Matteo Bussola. 

Il nome Matteo Bussola mi era sconosciuto fino a qualche settimana fa, quando l'ho "incontrato" per caso sulla pagina Facebook dedicata alla scrittrice Brunella Gasperini, autrice, fra l'altro, di cronache famigliari a me molto care. Le fan di Brunella citavano Matteo Bussola come "erede", dal punto di vista stilistico, della Gasperini, lodandone l'ironia e la delicatezza.

Potevo lasciarmelo scappare?

E così, quasi per caso, ho conosciuto "il Bussola", ho scoperto la sua animatissima pagina facebook, quella in cui, ogni giorno, da 8 anni, questo quarantenne disegnatore di fumetti e padre di tre deliziose bimbe, Virginia, Ginevra e Melania, racconta  momenti di vita quotidiana, pensieri e riflessioni sul suo essere padre.
Notti in bianco, baci a colazione, pubblicato pochi giorni fa da Einaudi, è una sorta di raccolta delle riflessioni e dei momenti di intima quotidianità che l'autore ha condiviso, nel corso di questi anni, con i suoi numerosissimi follower.

Matteo Bussola è un grande comunicatore e la sua arma vincente è la semplicità e il coraggio di raccontare la vita di tutti i giorni con disarmante normalità e tenerezza. Leggendo i suoi post su facebook  si entra in un mondo fatto di codini impertinenti e treccine mal riuscite, di felpe macchiate e nottate in bianco, di attese nella sala d'aspetto del pediatra e di grembiulini dell'asilo. È un mondo confortevole, in cui tutti si sentono a casa, perfino la sottoscritta che, sfortunatamente, figli non ne ha.
Bussola, occhi da Andy Garcia e "una caccola gigante attaccata al naso", incanta per la delicatezza con cui dipinge le ansie, le fatiche e soprattutto l'incredibile emozione di essere padre. Lo fa sui social e lo fa anche nel suo primo romanzo, un libro che si legge in una manciata di ore, suddiviso in brevi capitoli, ciascuno dei quali è un piccolo affresco, un racconto a sé stante, un dialogo buffo con le bimbe o una riflessione sul senso della vita, della famiglia e della genitorialità. 
Fatti i meritati complimenti, devo anche, per onestà, condividere con voi una mia perplessità. Considerato il grande passo, dai social alla pubblicazione con una grande Casa Editrice, mi sarei aspettata qualcosa di più ampio respiro, un racconto magari più corale e articolato, che partendo dalle sapienti pennellate di quotidianità già lette su facebook, ampliasse poi gli orizzonti di casa Bussola, dando maggior spessore, dal punto di vista narrativo, al rapporto con la compagna Paola, con gli amici, i genitori e i suoceri. Non a caso uno dei capitoli che mi ha divertito di più (ridevo da sola, una cosa piuttosto imbarazzante) è la cronaca di un pomeriggio trascorso, tra moine e pianti, a casa dei "nonni Bussoli", arruolati come temporanei baby sitter di una recalcitrante Melania. Come pure esilaranti sono alcuni dialoghi in dialetto veronese tra il protagonista e persone comuni, incontrate per strada, al bar, in edicola.
Non posso dire che il libro mi abbia deluso, probabilmente mi aspettavo semplicemente qualcosa in più rispetto a quanto già letto in rete. La mia impressione è comunque che nella coralità, nell'interazione con il mondo esterno, il ritmo del libro guadagni punti e originalità: belle le scene di intimità domestica, che rimangono il cuore del romanzo, ma a rischio, col tempo, di ripetitività. 
In conclusione, un romanzo leggero (nel senso positivo del termine), molto delicato nello stile e contenuti, forse con una punta di politicamente corretto di troppo; un romanzo che si finisce con la voglia di sapere come cresceranno Virginia, Ginevra e Melania, come diventeranno piccole donne e come vivrà questo cambiamento il Bussola. Metterà davvero il filo spinato per tenere alla larga i pretendenti? 
Alla prossima puntata!



mercoledì 1 giugno 2016

La vita secondo Banana di PP Wong (Ediz. Baldini & Castoldi, 2016).


Oggi vi racconto un romanzo molto particolare, leggero nello stile, ma non nei contenuti. È un romanzo che ha due anime, proprio come la sua giovane protagonista. 

Sto parlando de Il mondo secondo Banana, dell'autrice anglo-cinese PP Wong e di Xing-Li, che di questa storia molto attuale è voce narrante.
Xing-Li (si legge Sing Li!) ha dodici anni, è figlia di genitori cinesi, ma è nata a Londra, dove è cresciuta in un quartiere multietnico, assieme alla madre e al fratello maggiore Lai Ker. 
Xing-Li veste come tutti i coetanei occidentali, mangia fish & chips, e non sa una sola parola di cinese. Lei è quella che in Cina definiscono una "Banana": l'Oriente confinato a una patina esteriore, al colore della pelle, agli occhi a mandorla, l'Occidente, bianco, nell'anima. Una Banana. E, chiaramente, non è un complimento.
Ma il grosso problema di appartenenza (o non appartenenza) a due mondi così diversi, esplode nella vita di Xing-Li solo quando la madre muore in un incidente e lei e il fratello vengono affidati a nonna Wu, la nonna materna, che, al contrario della figlia, vive ricca e altera secondo le regole ferree della tradizione cinese.
Allontanata da tutto ciò che le è caro e famigliare, compreso l'amato gatto Miao Miao, Xing viene catapultata, assieme Lai Ker, in un mondo a lei totalmente estraneo, atto a farle ritrovare la sua anima orientale "perduta". 
Xing, la Banana, troppo inglese per la nonna e per la comunità cinese, ma decisamente troppo gialla per i compagni della scuola privata ed esclusiva che nonna Wu vuole farle frequentare.
Solitudine e atti di bullismo inauditi, ecco cosa riserva a Xing-Li il doloroso viaggio attraverso le sue due anime. Un viaggio nella rabbia della diversità mescolata al costante bisogno di essere accettati, un racconto che tocca temi "forti", ma dove c'è spazio anche per l'ironia, per personaggi dai risvolti teneri e buffi, per la comprensione, il perdono e pure per un pizzico di "rosa".
Cittadina di due mondi, o forse di nessuno, Xing ci apre gli occhi su un universo, quello degli immigrati di seconda generazione, che spesso conosciamo tramite le notizie di cronaca, ma che ci è difficile comprendere in pieno nelle sue mille contraddizioni.
La vita secondo Banana (The Life of a Banana, nel titolo originale) è un po' romanzo di formazione, un po' young adult; il tono, come ho scritto all'inizio, rimane piuttosto leggero, lo stile è scorrevole, la voce narrante, quella di una ragazzina di dodici anni, è sommessa, quasi un sussurro, anche dove io, decisamente più vecchia e scafata, avrei urlato tutta la mia rabbia.
E' probabile che il fattore anagrafico non mi abbia permesso di empatizzare pienamente con i giovani protagonisti di questo romanzo che, secondo me, dovrebbe essere proposto agli adolescenti, anche e soprattutto come lettura nelle scuole, dove bullismo e emarginazione trovano, ahimè, un terreno spesso fin troppo fertile.
Potrebbe essere un ottimo compito per le vacanze estive: un libro adatto a tutti, che ci aiuta a riflettere sul significato profondo di valori per molti "scontati" ed obsoleti: la casa, la famiglia, le nostre radici, l'accoglienza senza pregiudizio delle radici altrui.

Genere: la Rabbia e L'Orgoglio.
Pagine:308
Voto:                                     
              e mezzo!