domenica 19 febbraio 2017

Recensione: Ultima la luce di Gaia Manzini (Ediz. Mondadori, 2017)

Buongiorno Lettori, oggi sono qui per parlarvi di Ultima la luce di Gaia Manzini, recentemente pubblicato da Mondadori, che ringrazio per la copia omaggio. 
Ultima la luce è un romanzo particolare, che racconta un viaggio simbolico, quello del protagonista Ivano, costretto da una serie di eventi, dopo la morte della moglie Sofia, a ripercorrere i momenti salienti del suo lungo matrimonio, mettendo in discussione il suo ruolo di marito e padre, in un percorso spesso doloroso verso una nuova consapevolezza e una sorta di "redenzione". 

Ivano è una brava persona, uno con la testa sulle spalle, ingegnere ora in pensione, ha dedicato la sua vita al lavoro, che lo ha spesso portato all'estero per lunghi periodi, è stato un marito di quelli all'antica, che ha demandato alla moglie qualsiasi decisione riguardante la gestione della casa e l'accudimento della figlia Anna. Sofia è stata il suo grande amore, ma anche la sua grande sconfitta. Perché Sofia, donna enigmatica e complessa, personaggio che pervade il romanzo anche da assente, non era tagliata per la vita borghese, confortevole ma ripetitiva, offertale dal marito. Lei, attraente e anticonformista, deve essersi sentita in gabbia nell'appartamento milanese da lei stessa arredato fin nei minimi particolari. Avrebbe voluto viaggiare, Sofia, avrebbe desiderato un’ esistenza piena e movimentata, come quella del cognato Lorenzo, spregiudicato imprenditore e dongiovanni. 
Sofia è rimasta a casa, Ivano ha preferito non vedere: il matrimonio è lentamente imploso. Lei, sempre più lontana e incomprensibile, ha sfogato le frustrazioni sulla figlia, lui, come spesso accade, non ha trovato il coraggio di prendere in mano la situazione prima che divenisse invivibile. Ha chiuso gli occhi e si è accontentato di una vita quieta e decorosa. 

Il viaggio di Ivano nell'abisso di reciproci silenzi, ricatti e bugie, inizia con una vacanza a Santo Domingo, dove il fratello si è ritirato a vivere da anni, qui i primi nodi vengono al pettine e qui conosce l’ingenua e dolce Liliana; ma è solo al ritorno, fra le strade di una Milano invernale piena di un fascino antico, e accompagnato dalla figlia, che, districandosi in un labirinto di ricordi, rimpianti e sentimenti sopiti, Ivano riesce a ritrovare la strada, a cogliere e accettare l'essenza del vuoto che porta dentro. Un passo dopo l'altro, una bracciata dopo l'altra, come in piscina, l'unico posto dove il protagonista si lascia andare completamente, verso una nuova vita.

"Acqua, luce: era la vecchia litania che gli aveva insegnato suo padre per tenere il ritmo della respirazione. “L'importante però è non finire con l'acqua… ultima la luce! " era solito aggiungere ridendo". 

Questo romanzo sull'amore che può far male e sulla paternità, ha un’ atmosfera tutta particolare, quasi sospesa nel tempo; all'inizio non mi è stato facile calarmici, come non mi è stato facile capire il personaggio di Sofia, moglie e madre eccessiva, egoista, psicologicamente turbata. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per prendere le misure di questa storia borghese dolce-amara, ma una volta entrata nel "mood", ho imparato ad apprezzare i personaggi descritti a tutto tondo, sono rimasta affascinata da una Milano che diventa, pagina dopo pagina, protagonista assieme ad Ivano, Sofia e Anna. 
 
Un romanzo che ha il ritmo ipnotico di una nuotata in piscina, va letto rispettando i suoi tempi, bracciata dopo bracciata, godendosi i particolari, la prosa ricca, dettagliata, dove ogni parola ha un suo peso, la verità che si svela lentamente, ultima la luce. 

Genere: Un matrimonio borghese.
Pagine: 248.
Voto:
                                   
                                                                                  e mezzo.

mercoledì 15 febbraio 2017

Chiacchiere Librose: compleanni in ritardo e incontri speciali!



Cari Lettori, oggi ho voglia di chiacchiere, di raccontarvi gli ultimi mesi in Libreria, di festeggiare, un po' in ritardo, il compleanno del blog e un incontro tra blogger che considero un bel regalo che senza La libreria di Tessa non avrei mai ricevuto. 
In gennaio, silenziosamente, questo angolo virtuale ha spento la sua terza candelina; un traguardo che il giorno in cui ho pubblicato il mio primo post non avrei creduto di raggiungere. È stato, quello appena trascorso con voi Lettori, un anno emozionante, che non dimenticherò. Lo ricorderò come l'anno in cui reale e virtuale si sono avvicinati sempre più, fino a confondersi e mescolarsi l'uno con l'altro, l'anno in cui mi sono raccontata di più, vincendo il mio proverbiale senso del pudore, l'anno in cui ho raggiunto i 200 lettori fissi, quello in cui ho deciso di focalizzarmi quasi completamente sulle recensioni e sulle chiacchiere con voi, mettendo in pausa rubriche che, per mancanza di tempo, non riuscivo a pubblicare con cadenza regolare. 
Grazie alle recensioni e ai vostri commenti, che si sono fatti più numerosi, ho guadagnato la consapevolezza di quello che mi piace davvero dell'essere lit blogger (che parolone!) e cioè comunicare con voi in totale libertà, leggendo i libri che mi attirano, quando ne ho voglia, senza scalette e scadenze (ne ho già tante nella vita!). Per questo ultimamente ho praticamente smesso di chiedere omaggi alle Case Editrici (che tanto 9 volte su 10 non mi filano), mantenendo fissa solo la collaborazione con Mondadori, in particolare con Anna da Re, che con me negli anni ha mostrato grande pazienza. Non voglio fare la snob, eh, se mi dovesse capitare qualche bella occasione, qualche anteprima che desidero, sarò ben felice! Ma senza stress, senza corse, senza dover pregare in ginocchio l'ufficio stampa di turno (una cosa che mi imbarazza molto, lo so, son fatta male).
Quest'anno di blog ha avuto chiaramente anche i suoi momenti no; negli ultimi mesi, ad esempio, non sono riuscita a leggere e recensire quanto avrei voluto, ma soprattutto ho dedicato poco tempo a tanti blog amici, che mi piacciono, che seguo, ultimamente sempre più silenziosamente. Spero di rifarmi al più presto.
 
Ho volutamente tenuto per ultimo il regalo più bello che La libreria di Tessa mi ha fatto e cioè l'opportunità di uscire dal mondo virtuale e conoscere persone che condividono la mia stessa passione. La primavera scorsa ho incontrato "dal vivo" Lea, una delle Due lettrici quasi perfette, una ragazza (dai, Lea, adesso non correggermi, siamo ancora ragazze!) deliziosa, con gusti letterari che sento molto vicini ai miei e un modo di concepire la vita che pure mi garba assai. Sabato scorso ho avuto il piacere di rivedere Lea e con lei questa volta c'erano due altre colleghe blogger, Stefania, detta la Bacci, l'altra Lettrice quasi perfetta e Laura La Libridinosa, da me soprannominata Soavissima per l'esuberanza che ha sempre mostrato nel propormi le sue millemila idee! 
L'occasione era ghiotta, la presentazione, qui a Verona, del nuovo romanzo di Lorenzo Marone, "Magari domani resto"; alla presentazione purtroppo non sono potuta andare, ma una merenda da me siamo riusciti ad organizzarla! E cosi sul divano della Libreria ci siamo trovati in otto. Io, Lea, Stefania con sua figlia, Laura con consorte e figlio e… il cartonato del romanzo di Lorenzo Marone, alto quanto me (non che ci voglia molto), scippato dalla Libridinosa dopo la presentazione e portato in giro per le strade della città come trofeo! 
Abbiamo passato un paio di ore in allegria, chiacchierando di libri ma anche di parenti, di case e molto altro. A proposito di parenti, la Bacci e La Libridinosa stanno tentando di mettere le basi per una futura liaison fra propri pargoli, che in effetti vanno molto d'accordo. Attenzione, potrebbero essere una coppia di consuocere davvero esplosive. Stefania e Laura, a parte gli scherzi, sono esattamente come le avevo immaginate, grande ironia e continue reciproche punzecchiature. Lea..è Lea, una certezza: guardateci in foto, non siamo ben assortite!? (quella alta un metro e un puffo sono io!).


Tra una fetta di torta e un tour del mio bagno, attrezzato con la poltrona della blogger (se vi siete persi questo pezzo, potete ritrovarlo qui), il tempo è volato e ci siamo lasciate con la speranza di poterci incontrare di nuovo quanto prima. Non riesco a pensare a un modo più bello di festeggiare questo angolo virtuale che piano piano sta crescendo con me! 

E' il momento di salutarvi e di ringraziarvi tutti per questi mesi trascorsi insieme. Grazie di cuore, a tutti voi, ai miei amati super Lettori, a chi mi consiglia letture, a chi mi scrive, a chi scambia titoli e romanzi, novità e chiacchiere! 
Vi abbraccio tutti 💔

domenica 12 febbraio 2017

Recensione: Il nido di Cynthia D'Aprix Sweeney (Ediz. Frassinelli, 2017).


Buonasera Lettori, spero abbiate trascorso un week-end sereno, qui in Libreria ieri ci sono stati ospiti e si è chiacchierato (anche) di libri, ve ne parlerò presto in un post dedicato a questo incontro; oggi vi voglio invece raccontare un romanzo che mi è piaciuto molto, si tratta de Il nido, esordio letterario di Cynthia D'Aprix Sweeney. 
New York, i quattro fratelli Plumb, Leo, Jack, Bea e Melody, sono cresciuti in una famiglia alto borghese. Il padre Leonard senior, venuto a mancato da qualche anno, era un self made man, gran lavoratore, uomo previdente e assennato, la madre è una donna arida e poco affettuosa, più attenta alle apparenze che alla sostanza. I Ragazzi Plumb non sono stati allevati, probabilmente, in un nido famigliare accogliente e affettuoso, ma hanno sempre saputo di poter contare comunque su un nido, e cioè sul "tesoretto" che il padre ha messo da parte per loro, vincolandolo al compimento dei quarant'anni della figlia più giovane. 
Cresciuti tra gli anni settanta e gli anni ottanta, in un mondo in pieno fermento e cambiamento, ricco di possibilità ed eccessi, i giovani Plumb hanno scelto la propria strada con la sicurezza di un ampio paracadute pronto a salvarli in caso di bisogno. Leo, il primogenito, genio e sregolatezza, ha guadagnato e sperperato, creato e distrutto; Bea, promettente scrittrice, ha in qualche modo legato il proprio destino a quello del fratello maggiore; Jack ha fatto la bella vita, per poi trovare un compagno stabile e la piccola Melody, considerata dai genitori la meno dotata dei fratelli, ha sposato un uomo comune e dedicato la vita a crescere le sue due figlie gemelle.
Tutto normale, ma solo apparentemente; gli anni ottanta e le loro luci ormai alle spalle, nel presente, gli ex ragazzi Plumb annaspano per mantenersi a galla, piegati dalla crisi economica e aggrappati con le unghie ad un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità. Hanno sperperato denaro, chi per mantenere il proprio status sociale, chi per salvare la propria attività, chi per alimentare i propri vizi, lo hanno fatto spesso di nascosto dai propri compagni di vita, diventando prigionieri di mutui e debiti, ma soprattutto di inganni e bugie. Tanto, hanno sempre pensato, c'è il nido, il piano B, il tesoretto di papà. Alla vigilia dei quarant'anni di Melody, l'amara sorpresa: il nido è stato saccheggiato, in gran parte utilizzato per mettere a tacere uno scandalo che ha coinvolto uno dei Plumb, il più sregolato e il più affascinante, l'inaffidabile Leo. 

Cynthia D'Aprex Sweeney racconta, con tono pungente, una storia vecchia quanto il mondo: il rapporto tra fratelli quando di mezzo c'è un'eredità, quando all'affetto si mescolano risentimenti che hanno radici lontane e il legame del sangue è minato da gelosie e interessi economici. 

I Plumb sono viziati, incapaci di vivere una realtà che non è più quella delle certezze economiche della loro gioventù, questo li rende arroganti e spesso antipatici, tutti a parte Bea, probabilmente l'unica a non aver ereditato quel vizio di famiglia che si chiama avidità. Bea, piena di rimpianti e paure, semplice e genuina, è l'unica Plumb che ho amato fin da subito; pagina dopo pagina, ho imparato però ad apprezzare anche molti dei personaggi che ruotano attorno ai protagonisti, mogli, mariti, amici, ex compagni, vicini di casa. Un coro di voci che all'inizio mi ha spiazzata, troppi, ho pensato, troppo complicato seguire le vicende di tutti, specie quelle che, apparentemente, con il nido e con i Plumb poco o nulla hanno a che fare. Mi sono dovuta ricredere, nella parte finale del romanzo, infatti, ogni vicenda umana trova, incredibilmente, il suo incastro perfetto. E sono proprio quelli che dovrebbero essere i comprimari, a cambiare la sorte dei Plumb, a fare da contraltare alla loro avidità, dimostrando coraggio, empatia e buon senso. Nel valzer degli affetti di casa Plumb, vince chi trova il coraggio di fare un passo indietro, preferendo l'assenza a una presenza ingombrante, e chi apre il cuore al cambiamento, sia esso una nuova vita, una nuova casa, un nuovo amore. 
Perché spesso il nido più confortevole è quello più lontano dall'albero su cui siamo cresciuti. 
Cynthia D'Aprex Sweeney ci regala un romanzo elegante, dissacrante, amaro ma capace di momenti di grande delicatezza, dimostrandosi all'altezza di una trama complessa, giocata su più piani temporali e completamente basata sull'introspezione psicologica dei protagonisti. 
Ambientato in una New York cinica e in continua trasformazione, questo libro piacerà a chi ama le storie famigliari che scavano, senza alcun buonismo, nei meandri più oscuri dei rapporti "di sangue". 
Non lo voto, in quanto esordiente, ma personalmente l'ho trovato ben costruito e ben scritto, con personaggi credibili, che vi faranno arrabbiare, ma anche commuovere. 

giovedì 2 febbraio 2017

Recensione: Quando sarai più grande capirai di Virginie Grimaldi (Ediz. Mondadori, 2017).

Buongiorno lettori, oggi vi racconto il romanzo di una scrittrice francese, Virginie Grimaldi, che ha riscosso un grande successo in patria e che è stato pubblicato in Italia da Mondadori, che ringrazio per la copia omaggio, lo scorso 24 gennaio. Si tratta di Quando sarai più grande capirai, un libro che ci parla di amore, perdita e terza età. 
Julia, psicologa in un centro estetico di Parigi, subisce nel giro di pochi mesi una serie perdite e lutti davvero pesanti: l’amata nonna colpita da ictus, il padre morto improvvisamente, un fidanzato che non è in grado di starle vicino nel momento del bisogno. Depressa e sola, decide di scappare da Parigi e accettare un incarico temporaneo presso la casa di riposo Le tamerici, nella cittadina balneare di Biarritz, affacciata sull'Oceano Atlantico. Qui incontra un gruppo di arzilli vecchietti, ben lontani dallo stereotipo dell'anziano rancoroso e poco propenso alle novità, che nel corso di qualche mese le cambierà la vita. 
Non dovete aspettarvi un libro serioso e drammatico, piuttosto una sorta di Bridget Jones che incontra gli ottuagenari di Cocoon, quelli che traevano, nell'omonimo film, beneficio e ringiovanimento dopo l'immersione in una piscina "speciale".
Julia infatti è una pasticciona, protagonista di continue gag, a volte esilaranti, a volte un po’ forzate: è il tipo che nel cuore della notte esce di casa per sgominare dei sospetti malviventi armata di pigiamone di pile e coltello senza lama, il tipo che rimane bloccato dal colpo della strega facendo ginnastica per la terza età, che ha paura degli squali perfino in piscina, che cerca disperatamente l'amore ma ha troppa paura di soffrire per accoglierlo. 
Gli ospiti de Le tamerici, invece, sono un gruppo variegato di anziani assolutamente inarrestabili: a dispetto dell'età anagrafica non più verdissima, di deambulatori e dentiere, i vecchietti sono decisamente più vitali della loro psicologa Julia, per non parlare della sottoscritta, che al loro confronto pare pronta per il sarcofago! I nostri protagonisti sono ben decisi a sfruttare tutto il tempo che hanno ancora a disposizione, fra un bagno nell'oceano gelato, una fuga alla Thelma e Louise con indosso delle parrucche, qualche spinello fumato in compagnia e sbalzi ormonali degni di un teenager. Si innamorano, i vecchietti, si divertono insieme, consolano Julia, che immancabilmente durante le sedute con loro si commuove, e, naturalmente, le dispensano la saggezza di chi ha imparato a cogliere l'attimo senza paura di soffrire. Chissà, magari con l'aiuto degli ospiti de Le Tamerici, la nostra psicologa pasticciona troverò anche la forza di aprire il cuore a un nuovo sentimento. 
Quando sarai più grande capirai è romanzo che, come ho già scritto, pur partendo da una situazione triste e drammatica, quella della protagonista, mantiene un tono leggero e fa dell'umorismo il suo biglietto da visita. Forse, per quelli che sono i miei gusti, anche troppo. 
Non fraintendetemi, il libro è scorrevole e piacevole, strappa sorrisi e alcune riflessioni degli ospiti della casa di riposo sono sagge e vere, ma altre situazioni risultano, a mio avviso, un po’ forzate e prevedibili, e il risultato finale vagamente stucchevole. 

In conclusione si tratta di una commedia dal buon ritmo, ricca di dialoghi veloci, di personaggi positivi e di ottimismo, il finale è decisamente a sorpresa, ma   l'insieme manca di quel pizzico di realismo graffiante, che per me fa la differenza. 
Intrattiene durante la lettura, ma non mi ha lasciato molto una volta finito.
Una lettura adatta a tutti per qualche ora di svago.

lunedì 30 gennaio 2017

Recensione: Sto bene è solo la fine del mondo di Ignazio Tarantino (Ediz. Longanesi, 2013).


Cari lettori, oggi sono qui per raccontarvi un romanzo duro e coraggioso che mi ha particolarmente toccata, riportando alla memoria esperienze professionali e personali lontane, ma mai dimenticate. Sto parlando di Sto bene è solo la fine del mondo, libro d'esordio di Ignazio Tarantino, una storia che ci parla di libertà e della sua ricerca.
Sto bene è solo la fine del mondo è un romanzo basato su vicende in gran parte realmente vissute dall'autore, non si può parlare di una vera autobiografia, ma sicuramente verità e fiction si amalgamano perfettamente nel racconto accorato del protagonista, Giuliano, voce narrante di questa storia famigliare che diventa, pagina dopo pagina, denuncia contro ogni forma di dottrina che pregiudichi la libertà di scelta e pensiero.
Anni '80, in un paese del meridione, Giuliano, sei anni, cresce in una famiglia numerosa e umile; tanti fratelli, un padre frustrato e violento, una mamma remissiva, dedita alla cura della casa e dei figli. Questo fino al giorno in cui una coppia di signori ben vestiti e con una valigetta in mano, suona alla porta. È l'inizio della fine, la fine del mondo "ingenuo" di Giuliano, che vede mamma Assunta trasformarsi da donna mite e amorevole a inflessibile paladina del credo e delle regole della Società (non si fa mai un nome preciso, ma il riferimento ai testimoni di Geova è palese), un movimento religioso che promette ai suoi adepti la salvezza dall'imminente fine dell'universo. Le regole imposte dalla Società sono tante e difficilmente comprensibili per un bimbo di appena sei anni. Improvvisamente obbligato ad astenersi da qualsiasi festeggiamento, che si tratti di festine di compleanno a scuola, di Natale e Capodanno o di ricorrenze in famiglia, così come a evitare la compagnia degli amici non appartenenti alla Società, Giuliano è diviso: da una parte c'è il bimbo che vorrebbe ribellarsi e smettere di sentirsi diverso rispetto ai coetanei, dall'altra il cucciolo che per ottenere il sorriso e l'approvazione della sua mamma farebbe qualsiasi cosa. E così, sbalordito e troppo piccolo per comprendere appieno, Giuliano si presta alle ore di studio dei testi sacri, ai pomeriggi di preghiera nella Sala del Regno, e, qualche anno dopo, ad indossare, imbarazzato, un vestito elegante prestato da un confratello e a divulgare la Salvezza porta a porta.
Ho voluto bene fin da subito a Giuliano, ho provato per lui una tenerezza infinita, immaginandolo solo in un angolo della classe con un panino in mano, mentre i compagni si rimpinzano di torta e festeggiano un compleanno. Nel mio piccolo ho compreso la sua solitudine, quella sensazione di essere diverso, io, che da bambina per colpa di un banale problema di salute e di una mamma iper ansiosa, non potevo assaggiare alcuni cibi, ad esempio i dolci con il cioccolato, che rifiutavo in pubblico, con un po' di vergogna e raccontando a tutti che, no, la torta non la mangiavo perché proprio non mi piaceva. Se un po' di cioccolata bastava, all'epoca, a rendermi insicura, riesco solo in minima parte ad immaginare quanto pesante possa essere una quotidianità di divieti e di ricatti morali, come quella vissuta dal protagonista e dai suoi fratelli. 
Pagina dopo pagina ho assistito alla crescita di Giuliano, alla sua trasformazione da bambino a ragazzino, da adolescente a giovane uomo, la Storia degli anni ‘80 e ‘90 che si mescola alle piccole grandi vicende della sua famiglia sempre più indottrinata, sempre più rigida, sempre in attesa della fine del mondo. 

Ho sperato e tifato che Giuliano si strappasse di dosso la pesante coperta nera della fede nella Società, una cappa opprimente: niente musica, niente divertimenti, niente amore, nessuna esperienza fuori dalla Sala del Regno. Mi sono arrabbiata con Assunta, l'ho detestata per quei paraocchi e quella fede totalizzante, cieca ai disagi dei figli, sistematicamente riportati all'ordine, in caso di bisogno, con provvidenziali malori e violenze verbali. E dopo la rabbia, ho provato anche un po’ di pena per questa madre fragile, dalla vita difficile, che in fondo cerca di affrancarsi dalle botte del marito e trova sollievo e coraggio nel sentirsi parte di un "qualcosa" potente e avvolgente. 
Quando madre e figli arrivano a rifiutare cure mediche, disposti a sacrificare la vita in cambio della salvezza promessa dalla Società, ho sentito la rabbia e l'impotenza di certe giornate sfiancanti, il camice bianco addosso, affannata nel tentativo di spiegare a pazienti e parenti che una trasfusione di sangue può fare la differenza tra vivere e morire. Oggi, adesso, subito, senza dover attendere la fine del mondo. 
La libertà personale è preziosa, si fonda sulla libera scelta e fa un passo indietro solo quando rischia di invadere la libertà altrui. Coraggioso Giuliano che la insegue, la studia, l'accarezza più volte, privo del coraggio di abbracciarla completamente, fino al momento giusto. Coraggioso l'autore, ad affrontare un tema importante, spinoso, cercando di raccontare il punto di vista di tutti, senza puntare il dito alla ricerca di un colpevole. 

"It’s the end of the world as we know it, and I feel fine.
È la fine del mondo.
E sto bene".

Ne esce un romanzo, opera d'esordio, molto sentito, duro ma insieme tenero, una storia scritta bene e con intelligenza. 
Il libro non è esente da alcuni punti d' ombra, alcuni passaggi potevano essere snelliti, la figura del padre, nella seconda parte, è fin troppo evanescente, ma questo nulla toglie alla potenza di un racconto che tutti i genitori dovrebbero leggere: perché se è sacrosanto difendere e perseguire i propri ideali, che si tratti di fede, ma anche più banalmente di alimentazione o di scelte educative, altro è imporli ai propri bambini, specie quando si tratta di posizioni estremiste; loro non hanno possibilità di scelta, non mettiamoli nella posizione di sentirsi diversi o addirittura in pericolo. 
Un romanzo da leggere, per riflettere.

venerdì 27 gennaio 2017

Recensione: I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni (Ediz. Einaudi, 2013).

Buongiorno Lettori, oggi vi parlo del romanzo I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni, titolo di cui avrete sentito parlare in questo periodo, visto che proprio in questi giorni va in onda su Rai uno la trasposizione televisiva sotto forma di fiction in più puntate. 
I bastardi di Pizzofalcone è il primo di una serie di libri che ha come protagonisti gli uomini dell’ omonimo commissariato di polizia di Napoli, fra i quali spicca la figura del commissario Lojacono, siciliano trasferito nella città partenopea a causa di un brutto scandalo. Lojacono, investigatore riflessivo e malinconico, è protagonista anche di un precedente romanzo di De Giovanni, Il metodo del coccodrillo.
In una Napoli spazzata da un vento e da una pioggia che non danno tregua, in una bella casa signorile, una donna viene brutalmente uccisa. Le indagini vengono affidate al commissariato di Pizzofalcone, tristemente noto in città per un grosso scandalo legato a una partita di droga che ha coinvolto i suoi ormai ex investigatori, tutti rimossi dal loro incarico e ribattezzati "i bastardi di Pizzofalcone". I “nuovi bastardi”, chiamati a risollevare le sorti di un distretto che molti vorrebbero chiuso, sono un gruppo eterogeneo di poliziotti dal curriculum turbolento, uomini e donne considerati, per i più svariati motivi, sacrificabili o addirittura indesiderabili dalle alte sfere della polizia. Pizzofalcone è la loro ultima spiaggia, e ne sono consapevoli: questo li rende diffidenti ma anche motivati nel tentativo di salvare in extremis la propria carriera, rigando dritto, investigando bene e cercando di creare un certo spirito di squadra. 

"E bisognava vederli, i nuovi colleghi. Sembrava il carretto di un rigattiere. La discarica della polizia,sembrava. Uno che forse è un mafioso; un ragazzino raccomandato e incapace, che gioca a fare il poliziotto; una psicopatica fissata con le armi; una tranquilla madre di famiglia; un vecchio che vede fantasmi di assassini in mezzo ai suicidi. E il commissario, poi: un piazzista di aspirapolvere, con quel suo finto entusiasmo".

Una ciurma di antieroi inspiegabilmente ben amalgamati e che funziona, letterariamente parlando, davvero bene in questo romanzo corale, dove l'indagine per l'omicidio si alterna al racconto delle vicende umane e personali dei protagonisti. Il lettore è portato a empatizzare immediatamente con i personaggi, impara a conoscere, pagina dopo pagina, i dolori e i fardelli che recano sulle spalle, e si affeziona alla loro storia, e questo, dato che si tratta di una serie con personaggi ricorrenti, è il grande asso nella manica dell’autore. 
De Giovanni punta su semplicità e leggerezza, su una trama lineare ma non banale e su un gruppo di personaggi, Lojacono in testa a tutti, umani e credibili. 
Ispirato all’87 distretto di Ed Mcbein, I bastardi di pizzofalcone è il primo titolo di una serie che conta già cinque volumi, più una sorta di prequel, Il metodo del coccodrillo, che introduce la figura di Lojacono; io sono pronta a recuperare tutti i romanzi che mi mancano e a guardare la fiction televisiva, che sta riscuotendo un buon successo. I personaggi e lo stile della narrazione si prestano alla trasposizione sul piccolo schermo, quindi sono parecchio curiosa. 
In conclusione, un buon giallo, non vi stupirà con effetti speciali, ma vi farà conoscere una squadra investigativa speciale, dalla quale sarà difficile staccarsi. Una lettura veloce adatta a tutti.

Genere:  Distretto di Polizia.
Pagine: 316.
Voto: 
 e mezzo.

venerdì 20 gennaio 2017

Recensione: Il vento di San Francisco di Howard Fast (Ediz. E/O, 2015).

Buongiorno Lettori, come state? Io sono ancora convalescente da un’influenza che ha davvero risucchiato le mie energie, infatti, come avrete notato, i post sul blog vanno a rilento. Oggi ho deciso di uscire dalla modalità bradipo che ha contraddistinto le ultime settimane, per parlarvi di un romanzo molto particolare, si tratta de Il vento di San Francisco, di Howard Fast, primo volume di una saga famigliare divisa in ben sei titoli e pubblicata originariamente negli Stati uniti nel corso degli anni ‘70. Recentemente la Casa Editrice E/O ha curato l'edizione italiana dei primi due volumi di questa grande epopea americana, e considerato il mio amore per le storie famigliari, eccomi qui a parlarvene. 

Partiamo dal titolo e dalla cover, che in effetti ho trovato un po’ fuorvianti. Lasciano intendere un libro un po’ frivolo, concentrato più sul lato sentimentale delle vicende narrate; The Immigrants, gli immigrati, titolo originale, è probabilmente più aderente alla natura di questo romanzo, che è a tutti gli effetti un romanzo storico, incentrato sulla storia dei Lavette, immigrati italo-francesi sbarcati a New York alla fine dell'Ottocento e spinti dalla povertà e dal destino a cercare una vita migliore nel selvaggio Ovest, fino ad approdare a San Francisco. In questa vivace città, crogiolo di razze e idee, si compie il sogno americano di Danny Lavette, che, umile pescatore dalla grande ambizione, costruisce passo dopo passo un impero finanziario, diventando capitano e poi armatore di una flotta di navi, costruendo empori, alberghi di lusso, scoprendo mete turistiche esotiche, gettandosi con entusiasmo nell'avventura del volo, dalla progettazione di velivoli per uso civile, all'inaugurazione di aeroporti e tratte di volo tra le grandi città della California. 
Dall'incendio che devasta San Francisco nel 1906, alla grande depressione del 1929, la storia di Danny Lavette e del suo amico fraterno e socio in affari Marc Levy, mescola grandi imprese economiche e grandi sentimenti, l'amicizia, la passione, l'amore, il rapporto con i figli, senza mai rinunciare al punto di vista storico. 
Si tratta di un romanzo di ampio respiro e sicuramente ben scritto, con un protagonista, Danny Lavette, che giganteggia su tutti gli altri personaggi, incarnando alla perfezione lo spirito della frontiera e del grande sogno americano. Generoso, sognatore e con un grande e istintivo fiuto per gli affari, Danny è un uomo testardo e decisamente poco portato all'introspezione psicologica. Il vento di San Francisco è un libro che in fondo gli assomiglia: molto concentrato sulla descrizione delle attività economiche, fin troppo minuziosamente descritte, a mio gusto, mentre le vicende personali e i rapporti del protagonista con gli altri personaggi, appaiono a volte quasi sbrigativi e un po’ prevedibili. Ammetto di aver trovato alcune parti un po' troppo lente, data anche la mole del libro.
In conclusione, si tratta di un romanzo solido e non leggero quanto la copertina lascerebbe immaginare; se cercate un racconto di passioni amorose e grandi sentimenti forse potreste rimanerne delusi, se invece vi interessa la storia americana dei primi decenni del novecento, fino alla Grande Depressione, allora date una chance a questa saga, creata da uno degli scrittori più prolifici e particolari della letteratura nord americana (la biografia di Howard Fast è movimentata quanto i suoi romanzi!).

Genere: Un povero ricco.
Pagine: 480.
Voto: 
 più.