mercoledì 11 gennaio 2017

Recensione: Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (Ediz. Minimum Fax, 2012).

Buongiorno Lettori, oggi è una gelida giornata d'inverno, sta cadendo anche qualche fiocco di neve, e io sono pronta a parlarvi di un romanzo che mi ha inizialmente spiazzata e poi conquistata, si tratta di Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. 

Cognetti, classe 1978, è l'autore de Le otto montagne, libro potente e magnificamente scritto che ho recensito la settimana scorsa (qui). 
Sofia si veste sempre di nero è un titolo meno recente, la sua pubblicazione risale al 2012 per Minimum Fax, ed è un romanzo anomalo, qualcuno descrivendolo ha parlato di una “raccolta di racconti” fra loro indipendenti, in realtà si tratta di dieci capitoli che nel loro insieme narrano la vita di una donna, Sofia, dalla nascita all'età adulta, attraverso i racconti assolutamente eterogenei di persone che con lei hanno percorso un tratto più o meno lungo di strada. L'infermiera che l'ha vista venire al mondo, i genitori, l'amico d'infanzia, la zia paterna, le coinquiline dei tempi della scuola di recitazione, l'uomo che si invaghisce di lei in età adulta: ciascuno ci dipinge la "sua" Sofia e le circostanze in cui le loro vite si sono più o meno intimamente toccate. È un romanzo corale, il risultato, con tanti protagonisti ed un unico fil rouge, la figura misteriosa e tormentata di Sofia, appunto, che rimane quasi evanescente sullo sfondo di tante altre esistenze; lei, l'unica a non raccontarsi mai, viene invece raccontata, bambina solitaria che desidera un fratellino, figlia inquieta che si incupisce davanti alle crisi dei genitori, mendicando un sorriso da parte della mamma e reclamando le attenzioni di un papà spesso assente, nipote dalla salute mentale instabile e da accudire, donna imbronciata dallo sguardo enigmatico, incapace di legarsi e sempre pronta a fuggire.

"..sapevo della porta che Sofia chiudeva senza salutare perchè odiava quel momento, i saluti andando via, gli abbracci: preferiva pensare che fosse sempre come andare di là, nell'altra stanza, assentarsi per poco".

Cognetti sperimenta e spiazza con un romanzo dalla trama non lineare, in cui protagonisti, tempi e stili di narrazione cambiano in ogni capitolo, ma che nel suo insieme stupisce per la piacevolezza e naturalezza del risultato (e sapete quanto io, come lettrice, ami solitamente la solidità e la semplicità!). 
Sembra di sfogliare un album fotografico e riconoscere i vari protagonisti in fasi diverse della loro vita, sapendo già, almeno in parte, quale sarà il loro destino. Imperfetti, spesso indifendibili nelle loro scelte, eppure così umani, l'autore ce li descrive con una penna delicata e indulgente, e dai loro piccoli grandi ricordi modella Sofia, personaggio irrisolto, forse neanche tanto simpatico, ma misteriosamente attraente, almeno per Pietro, l'ultimo narratore, l'unico a usare la prima persona e il tempo presente, l'unico che riesce a guardare dentro ai suoi occhi accarezzandone le imperfezioni dell'anima. Prima di lasciarla andare, perché se la vita dalla nascita  "è una nave che parte per la guerra", Sofia è un vascello dei pirati che non è disposto a mettere l'ancora stabilmente. 
C'è un Pietro anche nel romanzo Le otto montagne, libro sicuramente più maturo e corposo, ecco, mi piace pensare che si tratti in fondo della stessa persona (un alter ego dell'autore?), e che un giorno nel suo girare per il mondo incontrerà di nuovo Sofia e per entrambi sarà il tempo della serenità e del perdono. Mi sono così affezionata a loro, che glielo auguro di cuore!

Sofia veste sempre di nero è un romanzo particolare che mi sento di consigliarvi, Cognetti ha un innegabile talento nel narrare, ha uno stile pulito e solido e una grande empatia nei confronti dei suoi personaggi, ciò li rende credibili e vivi e fa di lui, a mio avviso, uno dei migliori autori della sua generazione.

Genere: L'isola che non c'è.
Pagine: 208.
Voto: 
 più.


giovedì 5 gennaio 2017

Le otto montagne di Paolo Cognetti (Ediz. Einaudi, 2016).

Buonasera Lettori. Eccoci arrivati, in ritardo causa influenza, al primo post del 2017, un anno che almeno dal punto di vista delle letture è iniziato alla grande grazie a questo romanzo, Le otto montagne di Paolo Cognetti, che è stato per me una piacevole rivelazione, tanto che, appena girata l'ultima pagina, ho voluto provare subito un altro titolo di questo giovane e talentuoso autore. 

Nelle scorse settimane mi sono imbattuta in un paio di libri che mi hanno innervosita parecchio, non posso definirli brutti, ma si tratta di romanzi in cui la trama passa in secondo piano, soffocata da una valanga di parole, virtuosismi linguistici, descrizioni ridondanti, e chi più ne ha ne metta. 
La "bella scrittura" è chiaramente l'ingrediente di base di un buon romanzo, ma da sola non basta, ha bisogno di calore e di creare empatia con il lettore: personalmente sentivo la necessità di una storia solida e di personaggi veri. Ne Le otto montagne, Paolo Cognetti mi ha regalato quello che cercavo, mi ha incantata con una prosa così evocativa da portarmi con i suoi personaggi in quella piccola frazione montana, ai piedi del Monte Rosa, dove è ambientata la storia di Pietro, della sua famiglia e dell'amico Bruno. Una storia d'amicizia e di montagna dal sapore antico e al contempo un romanzo di formazione e racconto di un padre e di un figlio che si inseguono, non solo metaforicamente, lungo i sentieri alpini, fino alle cime perennemente innevate, "trovandosi" forse troppo tardi. 
«Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito si affrettava a nascondere. Quando mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto di afferrarmi per la cintura dei pantaloni. Quando stavo male sul ghiacciaio e si agitava più lui di me. Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo, e cominciai a pensare che in futuro avrei dovuto, o potuto, fare un altro tentativo con lui»
È una storia ruvida, quella de Le otto montagne, ma pervasa di una poetica dolcezza e da una profondo senso di lealtà. Reciprocamente leali  sono Pietro e Bruno, il ragazzo introverso di città e il giovane montanaro cresciuto tra alpeggi e fondovalle. Un'amicizia, la loro, che nasce nelle lunghe estati dell'infanzia, Pietro il villeggiante, Bruno il guardiano delle mandrie, due mondi che si incontrano giocando, esplorando abitazioni diroccate, fra pendii, laghi alpini, e giornate che paiono infinite; un'amicizia che la giovinezza mette alla prova, con la lontananza, con i viaggi di Pietro che sembra sempre fuggire da qualcosa, ma che l'età adulta riannoda più forte che mai, nel nome dell'eredità spirituale di quell'uomo taciturno e schietto, che per l'uno è stato padre naturale, per l'altro padre putativo.
Due amici leali, scrivevo, ma anche una madre e un padre uniti da un grande rispetto, malgrado le evidenti differenze caratteriali, e un uomo, Bruno, così legato e fedele alla sua montagna, da essere disposto a qualunque sacrificio. 
Nei tempi buoni e in quelli amari, nelle estati limpide e negli inverni feroci. Senza bisogno di troppe parole. 
Un gran bel romanzo, avvolgente come una coperta di lana davanti al caminetto, e davvero ben scritto. 
Ieri notte ho finito anche Sofia veste sempre di nero, dello stesso autore, pubblicato nel 2012 da Minimum Fax, ve ne parlerò presto, vi anticipo solo che mi è piaciuto molto! 

Genere: Ad alta quota.
Pagine: 199.
Voto: 
 e mezzo

Trama: Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

mercoledì 28 dicembre 2016

Recensione: Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (Ediz. Einaudi, 2016).

Buongiorno Lettori, spero abbiate trascorso un natale tranquillo, e abbiate trovato serenità e tanti libri sotto l'albero! Oggi sono qui per raccontarvi una delle mie ultime letture, si tratta di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout.

Due donne in ospedale, l'atmosfera è ovattata, la luce soffusa per non infastidire la malata, Lucy, febbricitante per un'infezione post chirurgica. Dalla finestra della camera la vista mozzafiato dei grattacieli di New York e seduta su una sedia scomoda, un po' imbarazzata, la madre di Lucy. Potrebbe sembrare un normale quadro famigliare, se non fosse che Lucy e sua madre non si vedono da decenni, da quando la figlia lasciò il minuscolo paese rurale del Midwest dove era cresciuta tra stenti e violenze e domestiche, fuggendo lontano per studiare e ricominciare una nuova esistenza.
Ed ora eccole ricongiunte, madre e figlia, vicine fisicamente in quella stanzetta d'ospedale, ma separate da una voragine di anni e silenzio durante i quali Lucy è diventata moglie, ha dato alla luce due bimbe ed ha intrapreso la carriera di scrittrice: una vita nuova di zecca, che non è peraltro riuscita a cancellare del tutto il passato. Di fronte a una madre che non è mai stata in grado di proteggerla né di prendere le sue difese, una donna invecchiata che si è presentata inaspettatamente al suo capezzale e che non trova di meglio, per riempire i silenzi ingombranti, che snocciolare pettegolezzi su vecchie conoscenze di quella comunità che la figlia ha abbandonato da anni, raccontando di famiglie in difficoltà, di donne tradite e di matrimoni infelici (da che pulpito!), Lucy reagisce nell'unico modo che conosce, non con la rabbia che il lettore si aspetta, ma con una malinconica tenerezza e un'incredibile desiderio di accettazione. Cerca quelle tre parole che insegue da una vita, quel "ti voglio bene" che sembra così difficile da pronunciare per entrambe.
Nei brevi capitoli di questo breve romanzo, passato e presente si intrecciano e si inseguono come il sonno disturbato e la veglia febbricitante di Lucy, in un racconto fatto di brevi dialoghi, lunghe pause, parole non dette e mute richieste. Le ore nella camera si trascinano lente, quiete, in un'atmosfera quasi sospesa dalla realtà, la monotonia delle giornate ospedaliere interrotta solo dal bisbiglio delle infermiere e dalla mano gentile del medico curante; e la Strout sembra adattare lo stile a questa ambientazione; gioca di sottrazione, con una prosa essenziale, laddove in altri romanzi, mi viene in mente Amy e Isabelle, pure incentrato sul rapporto madre figlia, stupiva per le descrizioni minuziose e la cura per i dettagli.
Mi chiamo Lucy Barton è un libro che si legge in poche ore: dialoghi a singhiozzo, pochi particolari, i riflettori puntati su queste due donne messe a nudo, sul loro rapporto (o non-rapporto) e sul potere salvifico del perdono, quello che permette alla fragile Lucy, la bambina povera e diversa, la donna in cerca di amore incondizionato, di voltarsi indietro senza rancori, e di pronunciare quelle parole, forse tardive, forse immeritate, che la renderanno libera, almeno dai fantasmi del passato.
"Mia nonna che chiama il mio nome e adesso non c'è più, le corse in bicicletta, Genny, i petali di rosa lanciati su un portone, i mici, sentirsi grandi all'età sbagliata, io che scappo via".


Personalmente ho apprezzato molto questa Strout "inedita", maestra come sempre nel raccontare i legami di famiglia, delicata nel tratteggiare due personaggi imperfetti e irrisolti, che cercano faticosamente il momento giusto per dirsi "ti perdono e ti voglio bene" (nonostante tutto).

Questo titolo rientra nella top-ten dei miei dieci romanzi favoriti dell'anno.

Genere: Il passato è una terra straniera.
Pagine:158.
Voto: 

venerdì 23 dicembre 2016

Chiacchiere librose: top-ten 2016. I dieci migliori libri letti nel 2016.


Cari Lettori, ci siamo, è iniziato il conto alla rovescia che ci porta dritti dritti al giorno di Natale. Siete pronti? I regali impacchettati, l'albero decorato, il menu di pranzi e cene già definito? O siete gli irriducibili dell'ultimo minuto, ancora in alto mare?.
Il Natale quest'anno mi ha colto di sorpresa, gli ultimi mesi volati via senza quasi me ne accorgessi; ridendo e scherzando (si fa per dire) mi son ritrovata con in mano le statuine del presepe! Il mio mood non è esattamente natalizio, ma probabilmente da quando la mia famiglia non si riunisce più al mare per le festività, il Natale per me è un po' meno Natale (lo so, a tutti piace la montagna in questa stagione, a me piace il mare, sono strana).
Ma torniamo a noi e ai nostri amati libri; l'anno finisce ed è tempo di bilanci librosi. Eccomi qui con la mia personale top-ten dei romanzi letti nel corso di questo 2016 e non dimenticati. Gli imperdibili, insomma, almeno secondo il mio gusto! (Qui la classifica dello scorso anno).

Dieci romanzi di vario genere, alcuni recenti, altri meno, che vi presento in ordine sparso.

📗Il libro dei Baltimore di Joel Dicker. Probabilmente una delle mie letture preferite dell'anno. Bello, coinvolgente, meravigliosamente scritto; non è piaciuto a tanti, personalmente non lo dimenticherò. Una storia di amicizia, di legami famigliari e d'amore. Dategli una chance, soprattutto se amate le saghe famigliari "american style". Qui la mia recensione.

📗Una spola di filo blu di Anne Tyler e 📗Le cose cambiano di Cathleen Schine. I rapporti famigliari e la terza età, raccontati magistralmente in due romanzi molto diversi tra loro, ma ugualmente imperdibili. Struggente malinconia e verità nel primo, humor sottile e implacabile nel secondo. Due piccoli gioielli. Qui e qui le recensioni.

📗La via del male di Robert Galbraith. Terzo capitolo della serie che ha come protagonista il detective Cormoran Strike. Se non la conoscete non posso che consigliarvela caldamente: attualmente è la mia serie gialla preferita e questo romanzo in particolare è, per quanto mi riguarda, il miglior giallo letto nel 2016. Divertente, coinvolgente, ben scritto e con protagonisti irresistibili. Qui la recensione.

📗L'estate che ammazzarono Efisia Caddozzu di Marisa Salabelle. L'outsider, un giallo intelligente e ben scritto, tutto italiano. Non è conosciutissimo, ma merita una chance. Qui la recensione.

📗Il matrimonio di mio fratello di Enrico Brizzi. Altra "epopea" famigliare, questa volta tutta italiana. Il rapporto tra due fratelli molto diversi e sullo sfondo la nostra Italia dell'ultimo trentennio. Una storia bella e dolce-amara. Qui la recensione.

📗Correva l'anno del nostro amore di Caterina Bonvicini. Leggero, tagliente, intelligente: il mio romanzo preferito di questa autrice che nel 2016 mi ha tenuto buona compagnia. Leggetela, vi sorprenderà! Qui la recensione.

📗Confusione di Elizabeth Jane Howard. Terzo volume della saga inglese della Famiglia Cazalet. Nel corso del 2016 ho letto Il tempo dell'attesa (secondo volume) e Confusione: quest'ultimo è uno dei romanzi da podio dell'anno. Il primo volume, Gli anni della leggerezza, era nella top-ten del 2015, quindi non mi resta che consigliarvi di recuperare tutti i volumi e godervi i Cazalet e l'Inghilterra della prima metà del Novecento, non vi deluderanno. Il romanzo non l'ho ancora recensito, vorrei finire la saga e tirare le somme in un' unica recensione, ma trovate i primi volumi qui e qui, se volete farvi un'idea.

📗La pioggia prima che cada di Jonathan Coe. Un grande libro costruito su piccole cose, una vita intera raccontata attraverso alcune vecchie fotografie. Intelligente, commovente, ben scritto. Grazie a Lea che mi ha fatto conoscere questo autore. Qui la recensione.

📗Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout. L'ultimo romanzo che ho letto; l'ho appena chiuso e non ancora recensito, ma ve lo consiglio spassionatamente: una madre e una figlia, la sofferenza e il perdono. Temi cari all'autrice, trattati in questo libro con una dolcezza particolare e in modo molto incisivo.   

Cari Lettori, siamo arrivati alla fine di questo post riassuntivo, che cosa posso dirvi ancora? Vi auguro un Natale il più sereno possibile, da trascorrere con le persone che vi sono care. Leggete e regalate libri: spero questa lista di romanzi possa esservi utile, magari per fare/farvi un regalo!
Buone feste. A presto 🎄
Roby-Tessa



lunedì 12 dicembre 2016

Recensione: Strawberry fields di Marina Lewycka (Ediz. Mondadori, 2008).

Buongiorno invernale Lettori, oggi vi parlo di un romanzo molto particolare, pubblicato qualche anno fa e letto su consiglio di mia cugina, si tratta di Strawberry fields di Marina Lewycka. 
Fragoloni rossi e filo spinato, copertina azzeccatissima ed emblematica per una storia che racconta di immigrazione e povertà, ma lo fa con tono leggero, pieno humor, strappando anche qualche sorriso.
Il campo delle fragole si trova tra le verdi colline del Kent, in Inghilterra, e i protagonisti sono raccoglitori stagionali, immigrati stranieri, che in Inghilterra inseguono i sogni o i bisogni più disparati. Due ucraini, tre polacchi, un malawiano, due cinesi, uno slavo e un cane: c'è chi cerca l'amore, chi il denaro, chi una sorella, chi un osso e un padrone da amare.
Il campo delle fragole li fa incontrare, ma ben presto per tutti loro inizia un viaggio on the road che li porta ad attraversare in lungo e in largo la "perfida Albione", sperimentando i lavori più disparati (e disgustosi) e la dura legge della strada, dove sopravvive il più forte e chi è disposto a fare più compromessi.
Il racconto è corale, tutti trovano un loro spazio, perfino il cane!
Originale il modo in cui l'autrice dà voce ai personaggi: solo l'ucraina Irina, che ben presto assieme al compatriota Andrij assume il ruolo di protagonista, racconta la sua esperienza in prima persona, per gli altri viene usata la terza persona e nel caso del giovane Emanuel, il malawiano, le emozioni vengono trasmesse dalle lettere sgrammaticate che il ragazzo scrive alla sorella.
Lo strano guazzabuglio di voci e sentimenti espressi in modi diversi, perfino Cane dice la sua alla fine di ogni capitolo, in qualche modo funziona, narrativamente parlando, specialmente nella prima metà del romanzo. Sorretto da un grande umorismo e da note di leggerezza anche quando gli avvenimenti sono drammatici, il romanzo, pur non rinunciando alla denuncia sociale, non perde mai il tono scanzonato. Viaggio a tratti picaresco, a tratti grottesco, nella vita di un gruppo scalcinato di extracomunitari, Strawberry fields è un romanzo che ha molti pregi e un difetto: nella seconda parte perde di verve mano a mano che i personaggi abbandonano il gruppo originario, ciascuno all'inseguimento del proprio sogno di felicità.
Capitolo dopo capitolo, la storia si focalizza su Irina e Adrij, la colta borghese e il silenzioso minatore, cambia registro, si trasforma in una storia d'amore e d'armi, decisamente meno originale e interessante. Un centinaio di pagine in meno e sarebbe stato perfetto.
Strawberry fields, in conclusione, è un romanzo interessante, intelligente e originale nello stile, pur con qualche pagina di troppo.


Genere: raccoglitori di fragole on the road.
Pagine: 376.
Voto:
 e mezzo.

martedì 6 dicembre 2016

Recensione: La coppia della porta accanto di Shari Lapena (Ediz. Mondadori, 2016).

Cari lettori, qualche settimana fa sono stata tentata da una recensione di Antonio D'Orrico, critico che stimo molto, nella quale si parlava con grande entusiasmo del giallo d'esordio di Shari Lapena, La coppia della porta accanto, recentemente pubblicato da Mondadori.

"...È un noir come deve essere un noir. Secco, pieno di suspense a ogni rigo, senza digressioni. È una percussione pura condotta senza distrazioni, tenendo il tempo giusto fino alla fine. Mi ha impressionato e mi è piaciuto..."


Potevo resistere al richiamo di un giallo così? Non ho resistito, come avrete intuito. 
La penso come D'Orrico? Questo libro ha mantenuto le alte aspettative che nutrivo nei confronti di un "noir secco e pieno di suspense"? Scopriamolo insieme.

L'inizio, pur non originalissimo, è gradevole e ha un buon ritmo. 
Anne e Marco sono una coppia giovane, apparentemente unita e benestante.
La loro vita viene sconvolta la sera in cui la figlioletta Cora, nata da pochi mesi, sparisce dalla culla della sua cameretta. In realtà la situazione è ben più complessa di come potrebbe apparire: la bimba infatti al momento del rapimento era sola in casa, mentre i genitori cenavano poco lontano, da una coppia di vicini poco inclini a ospitare neonati in casa propria. A dispetto di un baby monitor e di un regolare controllo della piccola ogni mezz'ora, la tragedia è dietro l'angolo e l'incubo di ogni genitore si trasforma in angosciosa realtà.
Agli amanti della cronaca, la situazione ricorderà il caso della piccola Maddy McCaan, rapita in Portogallo durante una vacanza, mentre i genitori cenavano nell'appartamento accanto a quello in cui lei dormiva.
Il rapimento in culla: spunto non proprio originale per un giallo (da La culla vuota di Mary Higgins Clark degli anni '80, al recente Un delitto quasi perfetto di Jane Shemilt), ma tutto sommato ne La coppia della porta accanto i primi capitoli scivolano via agilmente, grazie a uno stile essenziale e veloce e alla promessa di intrighi famigliari tutti da rivelare.
Peccato che andando avanti i personaggi non acquistino grande spessore, rivelandosi pian piano molto aderenti a cliché già sentiti: Marco, belloccio, ambizioso, a tratti ingenuo, a tratti mortalmente stupido; Anne, neomamma affetta da depressione post partum, e non solo, frustrata da un fisico non ancora tornato in forma e apparentemente poco capace di gestire la figlia; i genitori di lei, algidi e ricchissimi, palesemente scontenti del genero, lo sostituirebbero volentieri con un uomo più ricco e snob. Infine, ciliegina sulla torta, i vicini di casa poco amanti dei bambini, ma sicuramente amanti di una certa originalità in ambito sessuale: la vicina Cynthia, odiosa fin dalle prime battute, è l'amica che tutte noi non vorremmo avere, non a caso mi ha ricordato la protagonista del romanzo L'amica pericolosa di Paula Daly, provocante, sexy e senza scrupoli. Nessuno di questi personaggi mi ha colpita per originalità o per profondità psicologica, ma ho confidato fiduciosa nel ritmo e in qualche colpo di scena.
Delusione. A circa metà del libro una grossa parte del mistero viene risolta repentinamente, e a quel punto, secondo me, il romanzo inizia a soffrire: c'è un calo di tensione, malgrado il caso non sia concluso, c'è un tentativo un po' artificioso di ingarbugliare la vicenda, mentre i personaggi perdono progressivamente di credibilità, fino all'epilogo, decisamente inaspettato.
Il colpo di scena c'è, alla fine, anche se, per quanto mi riguarda, non è riuscito a rendere il romanzo indimenticabile.
La coppia della porta accanto è un giallo di impostazione classica, qualcuno lo ha definito noir, qualcuno ha parlato di giallo psicologico, altri ancora di domestic thriller; al di là delle etichette, io l'ho trovato uno di quei romanzo che si leggono in fretta, ma che lasciano molto poco a fine lettura: personaggi di poco spessore verso i quali non ho provato alcuna empatia, ambientazione non particolarmente curata, intreccio narrativo non sempre all'altezza. 
È un esordio che porta a casa la sufficienza, ma se cercate il thriller dell'anno, ammesso che esista, dovete cercare altrove.

mercoledì 30 novembre 2016

Recensione: Il rumore della pioggia di Gigi Paoli (Ediz. GIunti, 2016).

Cari lettori oggi vi propongo un romanzo giallo a tinte noir, opera d'esordio di un giornalista di lungo corso, per anni responsabile della cronaca giudiziaria della redazione fiorentina del quotidiano La Nazione, si tratta de Il rumore della pioggia di Gigi Paoli.

Qualche settimana fa, chiacchierando di libri e letture con Lea, una delle Due lettrici quasi perfette, ho scoperto questo romanzo, che Lea aveva appena iniziato. Sempre alla ricerca di un giallo che soddisfi il mio palato di ex lettrice compulsiva del genere, ho deciso di tuffarmi anch'io tra le pagine di questa storia ambientata in una Firenze cupa e piovosa.

Oggi, eccezionalmente a blog "unificati", potete trovare il nostro pensiero su questo romanzo, il mio qui sotto, quello di Lea seguendo questo link: 
Due lettrici diverse, opinioni diverse? Scopritelo con noi.

Il rumore della pioggia è un noir dal taglio giornalistico, l'autore si muove in un territorio a lui ben noto e propone un protagonista, Carlo Alberto Marchi, che di mestiere, non a caso, fa il cronista di nera per un noto quotidiano di Firenze. 
L'omicidio di un commerciante di oggetti di antiquariato religioso, in un bel palazzo signorile del centro città di proprietà della Curia, è il punto di partenza per un'indagine di giornalismo investigativo, e non solo, ambientata in una Firenze ben lontana da quella patinata e da cartolina che viene normalmente proposta ai turisti.
Un'indagine tradizionale, che si gioca tra le strade di una metropoli cupa e dai mille volti e il nuovo palazzo di giustizia, un mostro di acciaio, sgraziato e apparentemente così fuori luogo nella città simbolo e culla del Rinascimento: Gotham, così Carlo ha ribattezzato questa costruzione, dove lui e i suoi colleghi giornalisti passano ore e ore a caccia di notizie, ufficiali o meno, sui casi di cronaca nera cittadina. Dentro Gotham, Carlo si muove con sicurezza, e nei suoi corridoi claustrofobici e nei suoi uffici, lavorano magistrati, investigatori, rappresentanti delle forze dell'ordine: ovvero i tanti personaggi che avranno un ruolo ben preciso nella soluzione del caso del commerciante assassinato.
La storia c'è, e funziona. Paoli ci conduce piano piano alla soluzione, ci presenta, uno dopo l'altro, i protagonisti dell'indagine, punta i riflettori ora sull'uno ora sull'altro, ci mostra indizi, alibi e moventi. Ci invita a cercare l'assassino, insomma, come nel più classico dei gialli.
Lo fa con uno stile dal taglio giornalistico, come ho già scritto, piacevole e scorrevole, anche se alcune situazioni e alcuni personaggi risultano più azzeccati di altri. Il protagonista, ad esempio, giornalista e padre single di una figlia che si avvicina inesorabilmente all'età "difficile", è credibile e ben descritto, eppure, a mio avviso, non sempre riesce ad essere incisivo: il suo umorismo non è tagliente, a volte non centra il bersaglio, e non ha ancora quel "qualcosa di più ", capace di renderlo un personaggio speciale, in grado di fidelizzare i lettori in previsione di una serialità (annunciata dall'autore in una recente intervista).
Si tratta di un romanzo d'esordio, in definitiva, molto interessante, che mi ha colpita per la trama e per l'ambientazione; In attesa di un secondo capitolo. 
Non lo voto, in quanto libro d'esordio, ma merita sicuramente una piena sufficienza.
E Lea? Che ne pensa? L'umorismo di Carlo Marchi le sarà "arrivato"? Correte a scoprirlo!