domenica 19 marzo 2017

Recensione: Il cuore degli uomini di Nickolas Butler (Ediz. Marsilio, 2017).



Buongiorno Lettori, oggi sono qui per raccontarvi un libro che mi ha fatto riflettere. In realtà non è per niente facile recensire Il cuore degli uomini, di Nickolas Butler, perché si tratta di un romanzo diverso da quello che mi aspettavo: dimenticate i sani principi di una volta, l'onore e la divisa che vedete in copertina, questa è una storia americana molto disincantata e cruda. 
Ma partiamo dall'inizio. 

Il libro, diviso in tre parti, racconta le vicende di tre generazioni di americani, nonni, padri e nipoti, nell'arco temporale che va dal 1962 al 2019: denominatore comune il campo scout di Chippewa nel Wisconsin, teatro in cui si muovono i protagonisti e cuore della narrazione. 

Potete immaginare qualcosa di più profondamente americano di un campo scout estivo? Centinaia di ragazzi uniti nel motto "estote parati", siate pronti, si preparano alla vita adulta, imparano la lealtà e il coraggio, sfidano se stessi per conquistare il massimo grado nella gerarchia scout, quello di aquila, stringono amicizie destinate a durare per sempre. Almeno questa era mia visione romantica dello scoutismo prima di leggere questa storia. 

Nel 1962 l’adolescente Nelson vive, durante il suo soggiorno al campo, un'esperienza che in qualche modo gli cambierà la vita. 
Nelson non è un tipo popolare, è fortemente competitivo, si prende molto sul serio, non ha amici, tanto che dorme in una tenda da solo ed è vittima di episodi di bullismo. L'unico ragazzo che a volte si mostra gentile con lui è Jonathan, di qualche anno più grande, sicuramente più integrato nella vita sociale del campo. Attenzione, non parliamo di una grande amicizia, di quel rapporto cameratesco e commovente tanto caro alla letteratura americana, Il cuore degli uomini racconta un legame destinato a durare una vita, ma è un legame fragile e sottile, che diventa più stretto e vivo solo nelle parti successive del romanzo. 

Nel 1996 Nelson e Jonathan si incontrano in occasione della settimana al campo scout di Trevor, figlio di Jonathan. I due uomini hanno avuto destini molto diversi: Nelson, veterano del Vietnam, dirige da tempo il campo di Chippewa ed è rimasto un idealista solitario, mentre Jonathan è diventato ricco e spregiudicato e ha messo su famiglia. Il figlio Trevor non gli somiglia affatto, almeno caratterialmente; anche per lui l'estate ha in serbo una sorta di iniziazione. 

In un futuro 2019 è Rachel, vedova di Trevor, unico personaggio femminile a conquistare il ruolo di protagonista, ad accompagnare il figlio Thomas a Chippewa. Nelson, ormai anziano, è ancora direttore, ma il mondo, mezzo secolo dopo la “sua estate” del 1962, è cambiato drasticamente, nel campo troneggia un ripetitore wifi, Thomas e i suoi coetanei sono completamente dipendenti dalle nuove tecnologie, comunicano tramite messaggi e mal sopportano l'immersione "forzata" nel silenzio e nella natura. 
Quello che accade a Rachel e Thomas durante il soggiorno è un evento terribile, non paragonabile, per gravità, a quanto accaduto a Nelson, Jonathan e Trevor nel passato. 
Il "male" si è infiltrato a Chippewa, ne ha logorato i principi etici, ha spazzato via gli ideali "incrollabili" ai quali Nelson si è tenacemente (e ciecamente) aggrappato per tutta la sua esistenza.

Il cuore degli uomini è un romanzo che non si concede fronzoli o leggerezze, racconta la provincia americana sondando nelle sue pieghe meno attraenti, racconta una società che nel corso dei decenni è diventata  sempre più gretta, violenta, razzista e maschilista. È l'America che ha votato Trump alle scorse elezioni, ma anche quella che, ben prima dell'ultimo presidente, ha perso per strada la sua moralità: nel 1996 Jonathan è un uomo che tradisce la moglie e non solo, siamo, non a caso, sotto la presidenza Clinton. E' l'America che ha combattuto guerre sanguinose, spesso per principi sbagliati (Nelson e Trevor ne sono in qualche modo l'emblema) e che ha dovuto far fronte a un terrorismo che ne ha colpito duramente i simboli. 

Non c'è il sogno americano in questo romanzo, anche questo spiazza il lettore: Nelson, che maggiormente dovrebbe rappresentarlo, è, almeno da ragazzo, un personaggio con un senso della lealtà e del dovere venati di una sorta di fanatismo e da una freddezza che non è semplice amare. È solo nel rapporto con Rachel, nell'ultima parte del libro, che la sua rigidità si stempera in una malinconica dolcezza. A ben pensare, Rachel, moglie, madre, amica, nuora, è il personaggio che in qualche modo lega tutti i protagonisti maschili del libro: che il cuore degli uomini abbia bisogno di una donna come lei per battere al giusto ritmo? .

Nickolas Butler ci porta idealmente a Chippewa, ci descrive minuziosamente la natura nella quale si muovono i suoi personaggi, le dà vita, ci fa sentire l'odore e i rumori dei campi e dei boschi, ci tiene legati a questa storia dura, a volte feroce, pagina dopo pagina, con una prosa che affascina e uno stile impeccabile. 
Il cuore degli uomini è un libro importante che offre varie chiavi di lettura e molti spunti di riflessione: è una storia di uomini, dove le donne della provincia "fissano il vuoto", ma il personaggio più completo è una donna, una storia in cui modernità e antichi valori si fronteggiano in una lotta senza vincitori: un sms può salvare una vita e proprio i valori, quelli grandi e universali, possono essere messi in dubbio. 
Un libro che spiazza.

Genere: Estati al campo scout.
Pagine: 416.
Voto:                                        
meno.

martedì 14 marzo 2017

Recensione: La più amata di Teresa Ciabatti (Ediz. Mondadori, 2017).

"Sono una fallita di mezza età con una prospettiva di successo che diminuisce di anno in anno".

È spietata con se stessa Teresa Ciabatti, quarantaquattro anni, donna irrisolta per sua stessa ammissione. Autrice di alcuni romanzi e film di scarso successo, madre incapace di slanci affettivi, personaggio bizzoso e difficile da amare, così si descrive nel suo ultimo libro, pubblicato recentemente da Mondadori, dal titolo La più amata.
Si tratta di un memoir in cui l’autrice scava nel groviglio dei suoi rapporti famigliari alla ricerca delle radici del proprio disagio di donna incompiuta. E questa ricerca diviene pretesto per raccontare la figura del padre, Lorenzo Ciabatti, primario di chirurgia dell'ospedale di Orbetello, uomo complesso, affascinante e scontroso, ricco e potente, benefattore per molti, massone e faccendiere, invischiato in loschi traffici per altri. 


Il racconto di Teresa si dipana attraverso più piani temporali tramite istantanee vividissime della sua infanzia e adolescenza, immagini e ricordi che si susseguono veloci, in una narrazione senza respiro che ha come unico filo conduttore la necessità della protagonista di essere la più amata

Eccola, la piccola Teresa Ciabatti bambina, la principessa di papà, la preferita del Professore; lo aspetta fuori dalla sala operatoria, accudita e riverita da medici e infermieri, aspetta che lui esca, imponente nel suo camice bianco, il cavaliere dall'armatura scintillante che salva vite e poi l'abbraccia stretta, la vizia, le permette di toccare quell'anello d'oro con lo zaffiro e le strane incisioni, quello che lui non toglie mai, ricordo dei suoi studi americani, narra la leggenda. Emblema di faccende ben più losche, si convincerà Teresa molti anni più tardi. 

Lei è bambina e ancora lo venera, il suo papà, e vive nel riflesso accecante del suo potere; petulante e viziata, cresce nel lusso del piccolo grande impero Ciabatti, dove essere la figlia del Professore apre molte porte: un ruolo da prima ballerina che forse non merita, una bambola parlante che nessuna bambina possiede, la piscina più bella, la villa più lussuosa. 

Eppure, col passare del tempo, il dubbio comincia a insinuarsi e le certezze dell'infanzia vacillano: sono sempre la tua principessa, papà? 

Papà è sfuggente, troppo occupato a lavorare, a intrallazzare, a passare tempo con gli amici potenti (fra i quali, pare, anche Licio Gelli), il legame con la moglie Francesca Fabiani (un bellissimo personaggio, tutto da scoprire) si sfilaccia pian piano, logorato da tradimenti, segreti e bugie.
La famiglia Ciabatti, potente, chiacchierata, invidiata, entra in crisi.

Teresa diventa un'adolescente grassoccia e scontrosa, non è più la bimba perfetta, sicuramente non si sente la più amata. Entra in conflitto con il padre, non trova appoggio nella madre, si ribella, si comporta in modo scostante e irrazionale, ma la sua voce narrante si incrina, fragile: guardami papà, amami per quella che sono. 

"Questa sono io adolescente. Un agitarsi di forze scomposte e disperate."

Quando i genitori si lasciano definitivamente, Teresa segue la madre a Roma, il distacco è traumatico: nella capitale lei è una ragazza qualunque, il suo cognome non apre più alcuna porta. E' una situazione alla quale è impreparata, perde contemporaneamente il riferimento paterno e lo status sociale. 

Negli anni che seguono l'impero Ciabatti pare dissolversi nel nulla, mentre il mistero attorno alla figura del Professore si infittisce.

Chi eri veramente papà, perché mi hai negato l'eredità che mi spettava? Si chiede ossessionata Teresa, ormai adulta, mentre fruga nei ricordi e nei documenti del padre, morto nel 1990, alla ricerca di prove e verità che purtroppo sono sepolte chissà dove. Lorenzo Ciabatti: il medico benefattore e il papà affettuoso o il losco  personaggio, forse legato alla loggia massonica P2?

Autofiction spietata e totalmente priva di indulgenza, ma pervasa da una struggente malinconia, La più amata è un romanzo senza fronzoli, un dialogo interiore carico di tensione che racconta il dolore lancinante di una figlia lacerata dai dubbi e dalla delusione. 

Un libro coraggioso e disarmante quanto la sua autrice, Teresa Ciabatti, quarantaquattro anni, irrisolta, forse antipatica, certamente non più una fallita.
Da leggere.



Genere: Onora il padre e la madre.
Pagine: 228
Voto:




giovedì 9 marzo 2017

Recensione: Dovessi ritrovarmi in una selva oscura di Roan Johnson (Ediz. Mondadori, 2017).


Buonasera Lettori, oggi vi parlo di un romanzo molto particolare recentemente pubblicato da Mondadori, che ringrazio per la copia omaggio, si tratta di Dovessi ritrovarmi in una selva oscura di Roan Johnson. 
Johnson, classe 1975, origini anglo-pisane, artista poliedrico, scrittore, sceneggiatore, regista, si cimenta con una storia autobiografica che ci parla di quel momento, "nel mezzo del cammin di nostra vita", in cui ci si trova a tirare le somme della propria esistenza, facendo, più o meno inconsciamente, i conti delle vittorie e delle sconfitte, dei progetti di vita andati in porto e di quelli naufragati; sono conti che, ahimè, sembrano non tornare mai. 
Roan a 38 anni sperimenta "la prima terribilità", un fortissimo mal di testa che lo coglie all'apice del piacere sessuale, innescando paure che hanno origine antica, paure che nel corso dei giorni si amplificano e moltiplicano, mentre il protagonista si sottopone ad accertamenti medici mirati a scoprire un male del corpo che, fortunatamente, non viene trovato. Quello che invece si fa spazio prepotentemente nella vita di Roan è l'ansia, una nevrosi che culmina in un primo, tremendo, attacco di panico e con il panico arriva l'ansia anticipatoria e la paura della paura. Un pensiero in loop, paralizzante, un male dell'anima di cui oggi si parla molto e in cui tanti potranno immedesimarsi. 

L'autore racconta la sua situazione di disagio con grande ironia e autoironia, con battute fulminanti e un umorismo "colorito" e dissacrante, più toscano che british (nel libro si fa spesso riferimento alla doppia identità di Johnson, madre tipicamente italiana, padre imperturbabile e molto inglese). 
Il ritmo della prima parte del romanzo è scorrevole, il racconto costruito su una serie di aneddoti tragicomici, che è facile immaginare in una futura trasposizione cinematografica. 
Ma la terribilità non è per Roan la prima manifestazione di disagio interiore, anni prima, poco più che ventenne, infatti, il protagonista aveva sperimentato il "grande smatto", ovvero un episodio di grave confusione mentale, etichettato dai medici come un vero e proprio esordio schizofrenico. 
La seconda parte del romanzo si focalizza su quel periodo particolare del passato, vissuto allo sbando e caratterizzato dalla massiccia assunzione di droghe, da gesti eclatanti e pericolosi e da una sorta di esistenza hippy e allucinata. 
La narrazione si fa disordinata, un flusso di coscienza ininterrotto, frasi lunghe, pensieri che si sovrappongono impazziti, a rappresentare probabilmente la confusione nella mente del protagonista. 
Devo ammettere di aver fatto fatica a seguire questa parte, a trovare un bandolo nella matassa inestricabile di accadimenti, allucinazioni, riflessioni interiori. Credo che sia venuta meno anche l'immedesimazione, pagina dopo pagina, quasi che il vissuto dall'autore fosse troppo lontano dalle esperienze comuni per poterlo comprendere. Decisamente migliori gli ultimi capitoli, dove si torna al presente e alle sue molteplici paure. 
Dovessi ritrovarmi in una selva oscura è un romanzo coraggioso, che tratta con ironia argomenti molto intimi e delicati della vita dell'autore, un romanzo sull'origine delle nevrosi, sulla paura che spesso ci accompagna tutta la vita, paura di vivere, di morire, di non essere all'altezza. Una lettura gradevole nella prima parte, un po’ troppo confusa nella seconda, almeno per quanto mi riguarda. 

Genere: "Il grande smatto" (definizione geniale).
Pagine:240.
Voto: 

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lunedì 6 marzo 2017

Recensione: La classe dei misteri di Joanne Harris (Garzanti, 2016).


Buongiorno Lettori, oggi vi parlo di un giallo, La classe dei misteri di Joanne Harris, che ho letto recentemente e che in un primo momento mi ha messo in crisi con i suoi fin troppo numerosi personaggi; dopo lo spaesamento iniziale devo dire che la trama mi ha catturata e il libro mi ha piacevolmente sorpresa. 
Prima di lasciarvi le mie impressioni, devo avvertirvi che questo romanzo è il sequel di un precedente titolo, La scuola dei desideri (2006), che ne condivide personaggi e ambientazione. Le storie narrate sono autoconclusive, ma i richiami ad accadimenti precedenti sono frequenti e quindi vi consiglio di non fare come me e di leggere questi mystery in ordine cronologico.

Ambientato nel collegio maschile di St. Oswald nel nord dell'Inghilterra e giocato su due piani temporali ben distinti, almeno inizialmente, il romanzo contrappone il racconto nel presente, siamo nel 2005, di Roy Straitley, docente di latino, e quello, sotto forma di diario, di un alunno che frequentava il collegio nel 1982.
Straitley è un insegnante della vecchia guardia, ama il suo lavoro che con passare degli anni è diventato tutta la sua vita e ama St. Oswald che considera la sua casa e la sua famiglia. 
Roy è un vecchio burbero dalla battuta sempre pronta, è attaccato alle tradizioni, all'odore del gesso, alla sua toga lisa dal tempo e poco sopporta le innovazioni che il nuovo Rettore e il suo seguito di giovani insegnanti vorrebbero apportare alla scuola. Ma non è solo l'introduzione dell'informatica, di nuove regole e classi miste a preoccupare Stratley. Tra lui e il Rettore Johnny Harrington, infatti, ci sono dei precedenti che risalgono agli anni ottanta, periodo in cui Harrington è stato un allievo di St. Oswald, coinvolto, assieme a due amici, a fatti incresciosi e ancora non del tutto chiariti e riguardanti il collegio e i suoi docenti. 

La classe dei misteri è un romanzo che faccio fatica a raccontarvi, va letto a scatola chiusa, perché la sua caratteristica principale è una trama intricata, dove eventi del passato e del presente si susseguono, si sovrappongono, si mescolano, creando un crescendo di aspettativa nel lettore, che è chiamato a seguire e dipanare una serie di indizi facendosi guidare dalla voce di Roy Straits, solida e razionale, ma soprattutto da quella ipnotica e inquietante dell’alunno misterioso del passato. E fate attenzione a quest'ultima, perché potrebbe trarvi in inganno! Io mi sono trovata a tre quarti del romanzo.. a dover rivedere molte delle mie impressioni: in buona sostanza non avevo capito niente! 

La classe dei misteri è un giallo ambientato tra le mura antiche di un collegio ricco di tradizioni, con la torre campanaria, le aule e i lunghi corridoi dalle finestre a bifora, le generazioni di insegnanti e di alunni che si avvicendano, i piccoli grandi segreti, le gelosie, i rapporti interpersonali che a volte oltrepassano il confine del lecito o del decoroso. L'atmosfera di questa comunità, costretta all'interno delle mura di St. Oswald, è spesso claustrofobica e l'autrice la tratteggia sapientemente, come sapientemente porta il lettore fuori dal cancello del collegio, dove, tra degrado, bigottismo e visioni distorte del mondo e della fede, si apre la voragine del Male, della violenza gratuita, della perversione. 
Come ho già accennato, si tratta di un romanzo che all'inizio non è semplice da seguire, ci sono tanti personaggi a volte chiamati con il nome di battesimo, a volte con la qualifica che li caratterizza all'interno della scuola, a volte con soprannomi e c'è il continuo cambiamento di piani temporali, ma una volta superato l'ostacolo, la storia, col suo mix di fascino british e turbamenti, cattura il lettore e lo tiene incollato alle pagine fino alla fine. Merito anche di un protagonista, Roy Straitley, l' insegnante sul viale del tramonto, che si fa amare per lealtà, burbera bontà e umorismo pungente.

Un giallo tradizionale che consiglio specialmente a chi ama i misteri ambientati in scuole e collegi e le atmosfere rarefatte e molto british.

Genere: L'attimo fuggente (versione "malata").
Pagine: 473.
Voto: 
                                                                       

venerdì 3 marzo 2017

Recensione: L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Ediz. Einaudi, 2017).



Ci sono incontri fortunati che nascono per caso e lasciano dentro emozioni difficili da spiegare. Qualche giorno fa, curiosando tra i libri in classifica sul sito ibs, ho incontrato lo sguardo penetrante e indagatore de L' Arminuta, nella bella cover Einaudi dell'omonimo romanzo di Donatella di Pietantonio. 
È iniziata così, assolutamente per caso, la mia avventura con questa storia potente e bellissima. Una storia che in questi giorni ho consigliato a tutte le mie amiche lettrici, e che Lea, una delle Due Lettrici quasi perfette, ha accolto con l'entusiasmo che la contraddistingue. Abbiamo finito il romanzo a poche ore di distanza l'una dall'altra, e oggi, a blog unificati, vi lasciamo la nostra recensione. 

Una ragazzina di tredici anni bussa alla porta di un appartamento sconosciuto, in un paese altrettanto sconosciuto. Della sua vita precedente, a parte pochi bagagli, non porta con sé nulla, nemmeno il nome di battesimo, lei per tutti diventa, da subito, l'Arminuta, ovvero "la ritornata", in dialetto abruzzese. Ritornata a casa, dai genitori che l'hanno messa al mondo, ma che dopo pochi mesi hanno rinunciato a lei, affidata e cresciuta da parenti senza figli, in una città sulla costa. Una vita borghese, con quelli che credeva essere mamma e papà, una vita normale, una casa a pochi passi dal mare, le scuole, le amiche, le lezioni di danza. 
E poi, all'improvviso, i genitori "adottivi" decidono, senza spiegazioni, di rispedirla laddove l'avevano "presa". 
Potete immaginare una situazione più dolorosa per un'adolescente? Sradicata, rifiutata per ben due volte dalle persone che avrebbero dovuto accudirla e proteggerla, l'Arminuta viene catapultata in una quotidianità fatta di stanze sovraffollate, degrado e fame. E' la quotidianità di una famiglia, la sua famiglia naturale, dove si parla solo dialetto, dove si fatica a mettere in tavola pranzo e cena, dove un padre taciturno e manesco e una madre non certo accogliente, allevano una nidiata di figli che crescono abbandonati a loro stessi, abituati a cavarsela da soli fin dalla più tenera età. 
L'Arminuta ci racconta la paura, la delusione, il rancore e l'incapacità di adattarsi ad un ambiente che le è totalmente estraneo, come estranea è la donna che mai riuscirà a chiamare mamma. 

"La parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.
Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.
È un vuoto persistente, che conosco ma non supero".

"La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure".

Privata di quelle che credeva le proprie radici, tradita dalla madre che l'ha cresciuta, l’Arminuta trova nella sorellina Adriana, trecce scompigliate e sguardo pungente, l’unica vera fonte di calore umano. Adriana pare riconoscere a pelle la diversità di questa sorella che non sapeva di avere, intuisce l’intelligenza, la caparbietà nello studio, l’educazione, doti innate e forgiate nella sua vita precedente, e le protegge dall'ironia sprezzante e dalla cattiveria dei fratelli, dei compagni, dei compaesani. Lei, così piccola, ma allo stesso tempo così adulta, custodisce la diversità dell’Arminuta come un bene prezioso, creando con lei un rapporto solido e leale, una complicità commovente fatta di piccoli gesti e grandi sogni per il futuro.

"..Nella complicità ci siamo salvate."

L'Arminuta è un breve romanzo che ha in sé una grande forza narrativa. Il lettore viene subito catturato da questa storia senza tempo, trasportato in un mondo dal sapore antico, dove tradizioni, credenze popolari, superstizioni, brutalità e arretratezza si mescolano, lasciando spazio, malgrado tutto, a una sorta di silenziosa dignità. 
Donatella di Pietrantonio, abruzzese, classe 1963, ci racconta l’Abruzzo degli anni settanta con le sue contraddizioni, e lo fa con una storia ruvida e amara, che indaga con grande intelligenza nei meandri più oscuri della genitorialità, mettendo in scena la più ancestrale delle paure: l'abbandono. 
Lo stile è essenziale, preciso, asciutto ma mai distaccato, la lingua evocativa parla direttamente al cuore. Ne risulta un piccolo gioiello, un libro intenso e senza sbavature, che riesce a intrappolare in ogni frase, con abilità chirurgica, emozioni forti e universali, raccontando i vinti dalla vita, gli egoisti, i codardi, ma anche la grande forza di chi non demorde e combatte per un'esistenza migliore. 

Per le emozioni che mi ha dato e per lo slancio che ho provato verso la protagonista, questo romanzo merita per me il voto più alto (caso più unico che raro!). 
Siete curiosi di sapere se Lea lo ha apprezzato quanto me?! Basta andare qui per scoprirlo!

Genere:Madri e Sorelle.
Pagine: 162
Voto:

venerdì 24 febbraio 2017

Chiacchiere librose: parliamo di serie TV? Ecco le mie preferite.



Buongiorno Lettori, oggi ho voglia di chiacchiere un po’ fuori dagli schemi! Non vi parlo di libri, ma vi racconto le mie serie tv preferite, un amore che ho fin dalla lontana giovinezza, quando preferivo starmene sul divano a guardare una puntata di Magnum P. I. o di Trapper John M. D. (non lo conoscete, lo so, come sempre sono antica! Era un progenitore dei medical drama moderni, spin off del più celebre M. A. S. H.) piuttosto che socializzare con "umani" della mia età. 

Diciamo che sono cresciuta a libri e telefilm e anche se da alcuni anni il tempo per questi ultimi è decisamente diminuito e non riesco più a seguirne tanti, sono/sono stata una fedelissima di alcune serie. 

Forse per deformazione professionale, forse perché vengo da una famiglia di camici bianchi, il genere ospedaliero mi ha sempre affascinato. Non sto a citarvi le millemila serie seguite, credo di non essermene persa nemmeno una, ho recuperato anche quelle anni ‘70, ma una, famosissima, è per me la serie per eccellenza. Si tratta di E. R. Medici in prima linea, medical drama che per la prima volta ha portato sullo schermo con realismo la vita in un grande pronto soccorso. Dal 1995, epoca del debutto in Italia e per ben 15 stagioni, E. R. mi ha tenuto buona compagnia, mi sono immedesimata nei suoi personaggi, ai tempi ero una neolaureata più abituata ai libri che ai pazienti veri, mi ha commossa, divertita e ho pure imparato qualcosa di utile! 
E.R. è una serie che è sempre riuscita a rinnovarsi, malgrado un cast in continuo cambiamento data la lunga serialità, ha lanciato nell'olimpo cinematografico il buon George Clooney, destinato a fare grandi cose, ma anche una giovanissima Julianna Margulies, che anni più tardi ho ritrovato, elegantissima e mostruosamente brava, nel legal The Good Wife. 


Ecco, The Good Wife, legal drama conclusosi lo scorso anno, dopo sette bellissime stagioni. Io non amo il genere, di solito il mondo legale non mi affascina, ma The Good Wife è stato una rivelazione. Alicia Florrick, la protagonista, con la sua storia privata tormentata, i suoi successi in aula, i suoi tailleur bon-ton e l'anima passionale e appassionata, mi ha conquistata. Di questo telefilm ho amato la sceneggiatura mai banale, e la bravura di tutto il cast, senza esclusioni, con una Margulies davvero strepitosa.


Un altro genere che mi piace molto è il family drama, che è un po’ lo specchio del mio amore per le saghe famigliari in ambito letterario. Sono cresciuta in una famiglia non molto numerosa e ho sempre sognato fratelli e sorelle più grandi, tavolate sotto il portico, litigi e riappacificazioni e nidiate di bambini che non si sentono mai soli, forse per questo le storie famigliari mi tentano sempre, tra le tante, la mia preferita in assoluto è Brothers & Sisters. 
In onda dal 2006 al 2011, la serie racconta le vicende della famiglia Walker, ovvero della matriarca Nora (una grandissima Sally Field) e dei suoi cinque figli, adulti e decisamente incasinati. Tra drammi, gelosie, lacrime e risate, Brothers & Sisters vanta un grande cast, dialoghi impeccabili e personaggi che ho amato tanto. 

Più casereccio e americano (apple pie, baseball e buoni sentimenti), ma comunque molto piacevole,  Parenthood, incentrato sulla famiglia Braverman; la serie, nel cast Lauren Graham e Peter Krause, tratta, tra gli altri, il tema dell'autismo in modo delicato ma molto credibile. Il team Braverman è decisamente promosso, con lacrime nell'episodio finale; non altrettanto si può dire della sua versione italiana dal titolo Tutto può succedere, andata in onda su Rai1 la scorsa stagione. 


Rimanendo in ambito di rapporti famigliari, di sangue e non, vi segnalo la serie This is us, attualmente in onda su Fox life (quasi in contemporanea con gli Stati Uniti). Trama molto particolare, che non vi svelo, perché secondo me è un telefilm da vedere senza spoiler, a scatola chiusa. Personalmente, per quello che ho visto, è la rivelazione della stagione. 


In mezzo a tante serie drammatiche, un po’ di sano trash diverte e intrattiene. Prendete Revenge (2011-2015), ad esempio, misto tra teen drama, thriller e soap opera, liberamente tratto dal romanzo Il conte di Montecristo. Improbabile e cervellotico, tra intrighi, gelosie e tradimenti, ma ottimo per serate divano-cioccolatini e neurone in modalità riposo. 


Altra serie virata al trash è Grey's Anatomy, arrivato quest'anno alla tredicesima stagione. Partito come medical drama incentrato sulla vita ospedaliera, ma soprattutto sentimentale, di cinque medici tirocinanti, Grey's è stato un mio grande amore. Frizzante, ben scritto, con un cast ben amalgamato, questo telefilm ha lanciato una coppia molto glamour e molto amata: Patrick Dempsey e Ellen Pompeo nel ruolo di Meredith e Derek. Confesso di esserne stata una fan accanita. Purtroppo, con il passare degli anni, la serie, decimata nel cast originale, non ha saputo rinnovarsi ed è diventata una sorta di soap opera con molto dramma e nemmeno un pizzico di quella verve che la contraddistingueva. Io sono fedele e continuo a guardarla, più per abitudine che per piacere. Nel ricordo delle prime cinque stagioni, assolutamente deliziose.



Non mi resta che terminare con una serie in costume, elegante e raffinata, sto parlando di Downtown Abbey, la saga dei conti Grantham, della loro famiglia, della servitù e della splendida dimora nello Yorkshire. Ma la conoscete tutti, o no? Se la risposta è no, correte a recuperare tutte le puntate, ne vale la pena, anche solo per ammirare le espressioni (e le battute) della divina Maggie Smith!



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Avete resistito fin qui? Bravissimi! Fate uno sforzo in più, aiutatemi a trovare nuovi telefilm, come potete vedere i miei preferiti sono quasi tutti arrivati al the end!
Alla prossima!




domenica 19 febbraio 2017

Recensione: Ultima la luce di Gaia Manzini (Ediz. Mondadori, 2017)

Buongiorno Lettori, oggi sono qui per parlarvi di Ultima la luce di Gaia Manzini, recentemente pubblicato da Mondadori, che ringrazio per la copia omaggio. 
Ultima la luce è un romanzo particolare, che racconta un viaggio simbolico, quello del protagonista Ivano, costretto da una serie di eventi, dopo la morte della moglie Sofia, a ripercorrere i momenti salienti del suo lungo matrimonio, mettendo in discussione il suo ruolo di marito e padre, in un percorso spesso doloroso verso una nuova consapevolezza e una sorta di "redenzione". 

Ivano è una brava persona, uno con la testa sulle spalle, ingegnere ora in pensione, ha dedicato la sua vita al lavoro, che lo ha spesso portato all'estero per lunghi periodi, è stato un marito di quelli all'antica, che ha demandato alla moglie qualsiasi decisione riguardante la gestione della casa e l'accudimento della figlia Anna. Sofia è stata il suo grande amore, ma anche la sua grande sconfitta. Perché Sofia, donna enigmatica e complessa, personaggio che pervade il romanzo anche da assente, non era tagliata per la vita borghese, confortevole ma ripetitiva, offertale dal marito. Lei, attraente e anticonformista, deve essersi sentita in gabbia nell'appartamento milanese da lei stessa arredato fin nei minimi particolari. Avrebbe voluto viaggiare, Sofia, avrebbe desiderato un’ esistenza piena e movimentata, come quella del cognato Lorenzo, spregiudicato imprenditore e dongiovanni. 
Sofia è rimasta a casa, Ivano ha preferito non vedere: il matrimonio è lentamente imploso. Lei, sempre più lontana e incomprensibile, ha sfogato le frustrazioni sulla figlia, lui, come spesso accade, non ha trovato il coraggio di prendere in mano la situazione prima che divenisse invivibile. Ha chiuso gli occhi e si è accontentato di una vita quieta e decorosa. 

Il viaggio di Ivano nell'abisso di reciproci silenzi, ricatti e bugie, inizia con una vacanza a Santo Domingo, dove il fratello si è ritirato a vivere da anni, qui i primi nodi vengono al pettine e qui conosce l’ingenua e dolce Liliana; ma è solo al ritorno, fra le strade di una Milano invernale piena di un fascino antico, e accompagnato dalla figlia, che, districandosi in un labirinto di ricordi, rimpianti e sentimenti sopiti, Ivano riesce a ritrovare la strada, a cogliere e accettare l'essenza del vuoto che porta dentro. Un passo dopo l'altro, una bracciata dopo l'altra, come in piscina, l'unico posto dove il protagonista si lascia andare completamente, verso una nuova vita.

"Acqua, luce: era la vecchia litania che gli aveva insegnato suo padre per tenere il ritmo della respirazione. “L'importante però è non finire con l'acqua… ultima la luce! " era solito aggiungere ridendo". 

Questo romanzo sull'amore che può far male e sulla paternità, ha un’ atmosfera tutta particolare, quasi sospesa nel tempo; all'inizio non mi è stato facile calarmici, come non mi è stato facile capire il personaggio di Sofia, moglie e madre eccessiva, egoista, psicologicamente turbata. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per prendere le misure di questa storia borghese dolce-amara, ma una volta entrata nel "mood", ho imparato ad apprezzare i personaggi descritti a tutto tondo, sono rimasta affascinata da una Milano che diventa, pagina dopo pagina, protagonista assieme ad Ivano, Sofia e Anna. 
 
Un romanzo che ha il ritmo ipnotico di una nuotata in piscina, va letto rispettando i suoi tempi, bracciata dopo bracciata, godendosi i particolari, la prosa ricca, dettagliata, dove ogni parola ha un suo peso, la verità che si svela lentamente, ultima la luce. 

Genere: Un matrimonio borghese.
Pagine: 248.
Voto:
                                   
                                                                                  e mezzo.