venerdì 26 agosto 2016

Recensione: Diversi modi per ricominciare di Jon McGregor (Ediz. Neri Pozza, 2006).

Buongiorno Lettori. Oggi vi lascio la recensione di un libro che mi è piaciuto molto; parla di vita e di voglia di ricominciare, temi preziosi in questi giorni di tristezza e distruzione.


C'era ancora la guerra il giorno in cui Mary prese la nave per l'Inghilterra. Sulla nave si sistemò in un cantuccio, i due fratelli uno di fronte all'altro, lei con la testa poggiata sulla spalla del padre, la guancia sul cappotto che sapeva di terra e fumo di torba dell'Irlanda. A Liverpool, il padre e i fratelli la misero sul treno per Londra e se ne andarono. Mary arrivò a Hampstead, nella casa dove doveva prendere servizio. Raggiunse la sua stanza all'ultimo piano, ordinò i vestiti in un baule sotto il letto e cominciò la sua nuova vita. Puliva i camini, scrostava pentole e tegami, scarpe e gradini, lavava, stendeva e stirava il bucato, accendeva il fuoco in tutte le stanze. Era giovane e bella, e la governante la spediva spesso nella stanza del padrone di casa. Qualche mese dopo, Mary cominciò a indossare vestiti più larghi, a mangiare poco e a smettere di andare al cinematografo. E un giorno, dopo aver lasciato sul letto un biglietto che non diceva niente e un mese di stipendio, prese l'autobus per l'ospedale, dove partorì un bambino che, appena nato, le fu portato via. È passato molto tempo da allora e Mary non si è più mossa dall'Irlanda, ha avuto quattro figli, li ha visti crescere e diventare adulti, li ha visti prendere moglie e marito e mettere su casa, ma non ha mai smesso un solo istante di sperare che il figlio perduto attraversasse un giorno il mare per venire da lei. Quello che Mary non sa è che quel giorno è finalmente arrivato...


Avete letto bene questa sinossi? Bene. Ora dimenticatela. Sì, perché se come me siete stati attirati dalla storia di Mary l'irlandese, del suo viaggio verso Londra e del figlio perduto, potreste rimanere delusi. Ma se cercate un bel libro incentrato sui rapporti famigliari e sul racconto di piccole cose, piccoli dettagli quotidiani che, sommati l'uno all'altro, costruiscono una vita, allora Diversi modi per ricominciare, di Jon McGregor, fa al caso vostro.

La trama ufficiale racconta fondamentale il prologo del libro, poi, dal primo capitolo, il lettore viene catapultato in tutt'altra direzione: giorni nostri, David è appena rientrato da un funerale, Eleanor, la moglie, non l'ha accompagnato. Ma chi sono David e Eleanor, e chi è il defunto, mi sono chiesta, vagamente spiazzata dal repentino cambio di ambientazione?. Lo si scopre strada facendo, imparando a conoscerli intimamente, David, Eleanor e le loro famiglie, specialmente quella David, in un viaggio lungo 374 pagine, un viaggio nei meandri di un matrimonio con le sue falle, come tanti, in due vite che scoprono, strada facendo, quanto tenace sia la morsa del passato, quanto ossessivo possa diventare il tentativo di scoprire le proprie origini o al contrario di dimenticarle per sempre.
La particolarità del romanzo è quella di raccontarci il destino di David e Eleanor, i loro momenti buoni e quelli amari, attraverso una serie di oggetti; fotografie, ritagli di giornale, biglietti di auguri, mappe: un oggetto, assieme a una data, dà nome a ogni capitolo, da ogni oggetto nasce lo spunto per descrivere un momento importante della vita di una famiglia comune, ma unica allo stesso tempo.
L'idea degli oggetti come fil rouge del racconto mi è piaciuta, mi ha ricordato un romanzo che ho molto amato, La pioggia prima che cada, di Jonathan Coe, in quel caso la storia veniva rivelata attraverso delle fotografie, d'altro canto, l'assoluta mancanza di un ordine cronologico nella narrazione, mi ha costretta, specie all'inizio, a un continuo esercizio di ricostruzione degli eventi per riempire i molteplici e repentini salti temporali, avanti e indietro tra la seconda guerra mondiale e il presente, e a volte non è stato semplice raccapezzarsi.
A qualcuno l'apparente mancanza di una trama lineare potrebbe dare fastidio, io ne sono rimasta disorientata per qualche capitolo, poi mi sono lasciata incantare dalla bella scrittura di McGregor, dall'umanità dei suoi protagonisti, tanto imperfetti e normali, quanto veri e credibili, e dalla capacità di svelare, poco a poco,  pagina dopo pagina, il mondo interiore di David e Eleanor. 
Un bel romanzo sulla famiglia, quella che ci mette al mondo, quella che ci cresce, quella dalla quale scappiamo, quella che rimpiangiamo. E soprattutto quella che costruiamo con entusiasmo, da giovani, ignari della fatica e dei compromessi che ci aspettano. 
Il finale, del tutto inatteso, mi è piaciuto particolarmente, pur lasciandomi un po' di amaro in bocca; ma nella vita, lo impariamo fin da piccoli, bisogna guardare avanti e ricominciare.
Consigliato.

Genere: nella buona e nella cattiva sorte.
Pagine: 374.

                            e mezzo.
                                              







mercoledì 17 agosto 2016

Recensione: Non è la fine del mondo di Alessia Gazzola (Ediz. Feltrinelli, 2016).

Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre). Residenza: Roma. Per il momento - ma solo per il momento - insieme alla madre. Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo dell'odierna zitella, solo l'allergia ai gatti. Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo. Avvilita e depressa, dopo una serie di colloqui di lavoro fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove viene presa come assistente. E così tutto cambia. Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia finalmente allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista. Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov'è? E perché il famoso scrittore che Emma aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica del suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell'affascinante produttore che continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?

Buongiorno Lettori, come state? Per me questa è un'estate di scarse soddisfazioni dal punto di vista delle letture, non riesco a trovare romanzi appassionanti e la pila di libri finiti nel cestone delle delusioni, aumenta sempre più. A salvarmi da questa Caporetto letteraria, negli ultimi due giorni, ci ha pensato Emma De Tessent, la protagonista dell'ultimo romanzo di Alessia Gazzola.
Chi mi segue qui sul blog sa che non sono una fan di Alice Allevi, specializzanda in medicina legale e gran pasticciona, protagonista della fortunata omonima serie, creata dalla penna della Gazzola, ma con Emma De Tessent, malgrado un pizzico di preconcetto (mea culpa), il feeling è stato quasi immediato.
Non è la fine del mondo, storia di Emma, donna trentenne, eterna stagista, eterna sognatrice e pericolosamente vicina allo stereotipo della zitella, è un libro che scivola via facilmente e felicemente, lasciando un sorriso.
Non è un romanzo che posso raccontarvi con tante parole, perché vi rovinerei il gusto di leggere questa specie di favola moderna, fatta di piccole cose, ma ricca di ironia e buongusto. 
Chi, come me, non ama particolarmente le storie d'amore color rosa confetto e le nuvole di zucchero filato, troverà in Non è la fine del mondo il giusto compromesso. Può essere considerato un chick lit, ma non è melenso, c'è il rosa, sì, ma ci sono molti altri colori, tutti rigorosamente nei toni pastello e sapientemente mescolati: il risultato è frizzante e sorprendentemente piacevole.
Tanto da farmi sperare un seguito, per sapere di Emma e del Produttore, di Arabella e dell'Orrido Cognato, della signora Vittoria (come non amarla, questa donna avvolta da un profumo di "infanzia felice!?) e del villino con il glicine, che piacerebbe tanto anche a me!
La storia di Emma De Tessent e dei suoi patemi lavorativi e sentimentali, non è esente da luoghi comuni, non tiene col fiato sospeso, non regala il batticuore della grande passione amorosa, ma ha il pregio di riuscire a intrattenere con una bella scrittura, dialoghi veloci e una certa dose di ironia.
Un romanzo che si legge in poche ore, lieve, spensierato, come una coccola.

genere: chick lit color pastello.
pagine: 219.
Voto:                
 e mezzo.

giovedì 11 agosto 2016

Recensione: Amy e Isabelle di Elizabeth Strout (Ediz. Fazi; 2010).

Buongiorno Lettori, oggi, come promesso sulla pagina Facebook, cerco di raccontarvi la mia esperienza di lettura di Amy e Isabelle di Elizabeth Strout. Di questa nota e pluripremiata autrice, ho letto, tempo fa, il romanzo I ragazzi Burgess, del quale, devo ammettere, ho un ricordo piuttosto "tiepido". 
Una copia di Amy e Isabelle, libro d'esordio della Strout pubblicato nel 1998, mi guardava intensamente dallo scaffale della libreria della casa al mare dove sto trascorrendo le vacanze, con quella magnifica copertina, una riproduzione di un quadro di Edward Hopper, dell'edizione Fazi. Malgrado un certo timore, ho deciso di affrontare la storia di queste due donne, e sono stata immediatamente rapita e catapultata negli anni '60, a Shirley Falls, provincia americana, un paese come tanti, un fiume, una grossa fabbrica, il quartiere residenziale, le casette tutte uguali. Qui, in un piccolo appartamento claustrofobico, vivono, sole, Amy e Isabelle, figlia e madre, che a Shirley Falls sono approdate molti anni fa, quasi per caso e hanno finito per restare, pur senza mettere vere radici.

Amy, la figlia adolescente, lo sguardo spesso rivolto verso il basso, i bei capelli biondi ondulati che molti le invidiano, Isabelle, la madre ancora giovane, che in nome della rispettabilità ha soffocato la propria femminilità, abolito i piccoli piaceri della vita, chiudendosi in un'esistenza giocata tutta in difesa, rigida, diffidente.
Le conosciamo in un'estate torrida, Amy e Isabelle, l'aria stagnante, l'atmosfera pesante, specchio perfetto del loro rapporto difficile.
È successo qualcosa, qualcosa di drammatico si è insinuato nella vita statica di madre e figlia, lo cogliamo subito, fin dalle prime battute del romanzo. L'inverno e la primavera che hanno preceduto questa calda estate, nascondono segreti che verranno lentamente svelati nel corso della narrazione.
Ci tiene sulle spine, la Strout, ci rende impazienti di sapere, conoscere, giudicare, ed è probabilmente lo stesso sentimento che cova dentro le due protagoniste. 
La loro incapacità di comunicare è quasi angosciante, il loro rapporto un "filo nero" che le lega fin troppo strette, un filo che Amy percepisce spesso come soffocante, ma che Isabelle non è disposta ad allentare, e viceversa. Un cordone ombelicale che nessuna delle due ha il coraggio di recidere sul serio, perché Amy e Isabelle non sono solo madre e figlia, ma, nella loro solitudine, sono, l'una per l'altra, l'unico orizzonte emotivo conosciuto.
Chiuse tra le pareti dell'ufficio dove Isabelle lavora da sempre come segretaria e dove Amy ha trovato impiego estivo, circondate da un microcosmo di donne dalle vite più o meno complicate, madre e figlia si sfiorano senza toccarsi, gridano in silenzio tutta la loro frustrazione. Perché nei mesi precedenti a questi torridi giorni, la "piccola" Amy ha conosciuto la forza prorompente dell'amore e dell'attrazione sessuale. Un sentimento nei confronti di un uomo sbagliato, sotto molti punti di vista, che l'ha resa vulnerabile, l'ha fatta soffrire e coperta di vergogna, ma che, allo stesso tempo, l'ha fatta sentire per la prima volta attraente, desiderabile e in qualche modo forte. E Isabelle questo non può sopportarlo, non che Amy voli libera e provi quelle sensazioni che lei si è preclusa per proteggere quella stessa figlia, nata e cresciuta senza un padre accanto. Lei, che ha fatto della morigeratezza e della freddezza un credo, che non si è più concessa di essere donna, regalandosi, come unico pensiero scalda cuore, una platonica venerazione per il suo capoufficio, uomo sposato, distratto e di pochi talenti. Lei, la rigida Isabelle, come può perdonare alla sua bambina di essere cresciuta?
L'unica possibile redenzione, ci racconta la Strout, la via d'uscita dalla palude emotiva di Isabelle, è l'amicizia con altre donne, sentimento che, pure, ha evitato per anni. Con loro, con la materna e morbida Fat Bev e la fragile, tormentata Dottie, la protagonista riscopre la condivisione e l'accoglienza e forse, in futuro, anche il coraggio e la capacità di essere madre e insieme donna. Tutto quel che sappiamo, alla fine, è che quando la pioggia lava via l'afa e i rimpianti da Shirley Falls, la nuova stagione si profila carica di promesse.
Amy e Isabelle è un romanzo straordinariamente vero, che racconta la provincia americana pre-rivoluzione sessuale, ma soprattutto indaga il rapporto madre figlia, addentrandosi fin nei meandri più scomodi e tormentati. Eppure ciascuno di noi troverà qualcosa di sé nelle protagoniste, riconoscerà qualcosa di già vissuto e sperimentato. Potere di una prosa che mi ha stregata: vivida, evocativa, minuziosamente descrittiva, ogni parola ha il suo peso e la sua ragione.
Un romanzo triste, malinconico, a tratti claustrofobico, come sa esserlo la grande letteratura americana, ma con un'apertura di speranza nel finale. Un romanzo che scorre via, apparentemente senza grandi accadimenti, ma che sicuramente muove qualcosa dentro il lettore, lascia un segno.
Grazie a Amy e Isabelle ho scoperto la grande capacità narrativa di Elizabeth Strout.
Un libro che consiglio caldamente, non è una lettura leggera, ma è una Bella Lettura.


Genere: Donne nella provincia americana.
Pagine: 474.
Voto:
 più!































sabato 6 agosto 2016

Recensione: Amy Snow di Tracy Rees (Ediz, Neri Pozza; 2016).

Buongiorno Lettori, siamo arrivati ad agosto, il mese tradizionalmente dedicato alle ferie e al riposo. Siete in vacanza? O forse ancora al lavoro, in città quasi deserte? Ovunque vi troviate, siete in qualche modo capitati su questa pagina, e io vi ringrazio per l'affetto con cui mi seguite e vi lascio il mio pensiero su di un romanzo storico molto dickensiano.

Si tratta di Amy Snow, libro d'esordio di Tracy Rees. Un romanzo di stile vittoriano che farà felici gli amanti del genere. 
Amy Snow è la storia di una grande amicizia e di una commovente devozione e lealtà, quella che lega l'orfana Amy alla ricca e ribelle Aurelia Vennaway, figlia di aristocratici e sua salvatrice.
È l'inverno del 1831 quando le strade di Amy e Aurelia si incontrano; Amy è una neonata che è stata abbandonata nuda e inerme in mezzo alla neve, Aurelia una bambina di otto anni troppo vivace per obbedire al volere dei genitori, che la vorrebbero in salotto, davanti al camino, a imparare le buone maniere.
Aurelia salva la neonata, battezzata Amy Snow, da morte certa, ma poco può contro il pregiudizio e la cattiveria dei genitori (specialmente dell'algida madre), che della piccola, sicuramente figlia del peccato, non ne vogliono proprio sapere. Per loro Amy non dovrebbe nemmeno entrare in casa, ma Aurelia riesce, grazie alla sua cocciutaggine, a spuntarla, e la bimba cresce nel retrocucina, accudita a turno dalla servitù, ma senza un vero ruolo, quasi trasparente agli occhi di tutti, eccetto a quelli della sua benefattrice. 
Le due condividono, all'insaputa dei signori Vannaway, escursioni, giochi e un'amicizia che diventa sempre più simile a un rapporto di sorellanza. Si riesce quasi a vederle, sfogliando le pagine del romanzo, le due fanciulle: l'una, Aurelia, vestita e acconciata come una signorina dell'alta società, destinata al matrimonio e alla ricchezza, l'altra, Amy, una figuretta quasi invisibile, destinata nella migliore delle ipotesi a fare la sguattera in cucina.
Ma il destino, si sa, scompiglia le carte in tavola, e quando Aurelia muore, in giovane età, per un difetto cardiaco, Amy, a soli 17 anni, si ritrova senza una casa, ma con in mano la prima di una serie di lettere che costituiscono il testamento morale di Aurelia e una specie di caccia al tesoro. Tappa dopo tappa, indizio dopo indizio, lettera dopo lettera, Amy insegue le tracce lasciate per lei da Aurelia: il premio finale sarà la rivelazione di un grande segreto riguardante l'amica e al contempo una vita nuova di zecca. Viaggiando sola, da Londra a Bath, e quindi verso il nord fino a York, Amy compirà un viaggio emozionante (per lei e per il lettore), debutterà in società, cambierà pelle assieme ai vestiti, incontrerà personaggi indimenticabili e anche l'amore, senza mai tradire la sua indole orgogliosa, forte, a volte sfrontata, ma anche profondamente ingenua. Soprattutto non tradirà mai Aurelia e il suo ricordo, anche quando le richieste postume dell'amica risulteranno francamente pesanti e venate da un po' di egoismo.
Interamente raccontato da Amy, ma con il contributo delle lettere di Aurelia, che ce ne restituiscono intatta la personalità ribelle, moderna e idealista, il romanzo scorre piacevolmente, anche se ammetto di aver provato un filo di noia nelle parti riguardanti i risvolti amorosi della nuova vita di Amy (cortesie, trine e merletti non fanno per me). 
Il viaggio di Amy nell'Inghilterra perbenista dell'Ottocento è ben costruito, lo stile richiama il romanzo vittoriano: l'orfana dickensiana, dopo una vita di angherie, grazie all'amica ribelle (quasi una suffragetta ante litteram), si riscatta dal passato e trova il suo posto in un mondo dove la distinzione tra buoni e cattivi, giusti e ingiusti, è netta, senza possibilità di vie di mezzo. Malgrado questi cliché, a volte un po' forzati, i personaggi sono azzeccati e ben descritti; alcuni, come l'anziana, caustica e irriverente Mrs.  Riverthorpe,  sono davvero irresistibili.
E se la rivelazione finale, il segreto intimo di Aurelia, risulta alla fine piuttosto prevedibile, la storia di questo legame affettivo che sopravvive alla morte è comunque commovente e ben riuscita.
In conclusione, si tratta decisamente un esordio maturo, ben scritto, molto accattivante. Soffre, ma è un mio gusto personale, di qualche pagina e "indecisione" di troppo nei capitoli che riguardano i corteggiatori (sono più di uno!) della nostra protagonista e le sue scelte amorose, ma in definitiva è un romanzo che si legge con piacere e intrattiene. 
Particolarmente consigliato agli amati del genere storico-vittoriano.
In quanto libro d'esordio non lo voto, ma lo promuovo pienamente!