lunedì 30 gennaio 2017

Recensione: Sto bene è solo la fine del mondo di Ignazio Tarantino (Ediz. Longanesi, 2013).


Cari lettori, oggi sono qui per raccontarvi un romanzo duro e coraggioso che mi ha particolarmente toccata, riportando alla memoria esperienze professionali e personali lontane, ma mai dimenticate. Sto parlando di Sto bene è solo la fine del mondo, libro d'esordio di Ignazio Tarantino, una storia che ci parla di libertà e della sua ricerca.
Sto bene è solo la fine del mondo è un romanzo basato su vicende in gran parte realmente vissute dall'autore, non si può parlare di una vera autobiografia, ma sicuramente verità e fiction si amalgamano perfettamente nel racconto accorato del protagonista, Giuliano, voce narrante di questa storia famigliare che diventa, pagina dopo pagina, denuncia contro ogni forma di dottrina che pregiudichi la libertà di scelta e pensiero.
Anni '80, in un paese del meridione, Giuliano, sei anni, cresce in una famiglia numerosa e umile; tanti fratelli, un padre frustrato e violento, una mamma remissiva, dedita alla cura della casa e dei figli. Questo fino al giorno in cui una coppia di signori ben vestiti e con una valigetta in mano, suona alla porta. È l'inizio della fine, la fine del mondo "ingenuo" di Giuliano, che vede mamma Assunta trasformarsi da donna mite e amorevole a inflessibile paladina del credo e delle regole della Società (non si fa mai un nome preciso, ma il riferimento ai testimoni di Geova è palese), un movimento religioso che promette ai suoi adepti la salvezza dall'imminente fine dell'universo. Le regole imposte dalla Società sono tante e difficilmente comprensibili per un bimbo di appena sei anni. Improvvisamente obbligato ad astenersi da qualsiasi festeggiamento, che si tratti di festine di compleanno a scuola, di Natale e Capodanno o di ricorrenze in famiglia, così come a evitare la compagnia degli amici non appartenenti alla Società, Giuliano è diviso: da una parte c'è il bimbo che vorrebbe ribellarsi e smettere di sentirsi diverso rispetto ai coetanei, dall'altra il cucciolo che per ottenere il sorriso e l'approvazione della sua mamma farebbe qualsiasi cosa. E così, sbalordito e troppo piccolo per comprendere appieno, Giuliano si presta alle ore di studio dei testi sacri, ai pomeriggi di preghiera nella Sala del Regno, e, qualche anno dopo, ad indossare, imbarazzato, un vestito elegante prestato da un confratello e a divulgare la Salvezza porta a porta.
Ho voluto bene fin da subito a Giuliano, ho provato per lui una tenerezza infinita, immaginandolo solo in un angolo della classe con un panino in mano, mentre i compagni si rimpinzano di torta e festeggiano un compleanno. Nel mio piccolo ho compreso la sua solitudine, quella sensazione di essere diverso, io, che da bambina per colpa di un banale problema di salute e di una mamma iper ansiosa, non potevo assaggiare alcuni cibi, ad esempio i dolci con il cioccolato, che rifiutavo in pubblico, con un po' di vergogna e raccontando a tutti che, no, la torta non la mangiavo perché proprio non mi piaceva. Se un po' di cioccolata bastava, all'epoca, a rendermi insicura, riesco solo in minima parte ad immaginare quanto pesante possa essere una quotidianità di divieti e di ricatti morali, come quella vissuta dal protagonista e dai suoi fratelli. 
Pagina dopo pagina ho assistito alla crescita di Giuliano, alla sua trasformazione da bambino a ragazzino, da adolescente a giovane uomo, la Storia degli anni ‘80 e ‘90 che si mescola alle piccole grandi vicende della sua famiglia sempre più indottrinata, sempre più rigida, sempre in attesa della fine del mondo. 

Ho sperato e tifato che Giuliano si strappasse di dosso la pesante coperta nera della fede nella Società, una cappa opprimente: niente musica, niente divertimenti, niente amore, nessuna esperienza fuori dalla Sala del Regno. Mi sono arrabbiata con Assunta, l'ho detestata per quei paraocchi e quella fede totalizzante, cieca ai disagi dei figli, sistematicamente riportati all'ordine, in caso di bisogno, con provvidenziali malori e violenze verbali. E dopo la rabbia, ho provato anche un po’ di pena per questa madre fragile, dalla vita difficile, che in fondo cerca di affrancarsi dalle botte del marito e trova sollievo e coraggio nel sentirsi parte di un "qualcosa" potente e avvolgente. 
Quando madre e figli arrivano a rifiutare cure mediche, disposti a sacrificare la vita in cambio della salvezza promessa dalla Società, ho sentito la rabbia e l'impotenza di certe giornate sfiancanti, il camice bianco addosso, affannata nel tentativo di spiegare a pazienti e parenti che una trasfusione di sangue può fare la differenza tra vivere e morire. Oggi, adesso, subito, senza dover attendere la fine del mondo. 
La libertà personale è preziosa, si fonda sulla libera scelta e fa un passo indietro solo quando rischia di invadere la libertà altrui. Coraggioso Giuliano che la insegue, la studia, l'accarezza più volte, privo del coraggio di abbracciarla completamente, fino al momento giusto. Coraggioso l'autore, ad affrontare un tema importante, spinoso, cercando di raccontare il punto di vista di tutti, senza puntare il dito alla ricerca di un colpevole. 

"It’s the end of the world as we know it, and I feel fine.
È la fine del mondo.
E sto bene".

Ne esce un romanzo, opera d'esordio, molto sentito, duro ma insieme tenero, una storia scritta bene e con intelligenza. 
Il libro non è esente da alcuni punti d' ombra, alcuni passaggi potevano essere snelliti, la figura del padre, nella seconda parte, è fin troppo evanescente, ma questo nulla toglie alla potenza di un racconto che tutti i genitori dovrebbero leggere: perché se è sacrosanto difendere e perseguire i propri ideali, che si tratti di fede, ma anche più banalmente di alimentazione o di scelte educative, altro è imporli ai propri bambini, specie quando si tratta di posizioni estremiste; loro non hanno possibilità di scelta, non mettiamoli nella posizione di sentirsi diversi o addirittura in pericolo. 
Un romanzo da leggere, per riflettere.

venerdì 27 gennaio 2017

Recensione: I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni (Ediz. Einaudi, 2013).

Buongiorno Lettori, oggi vi parlo del romanzo I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni, titolo di cui avrete sentito parlare in questo periodo, visto che proprio in questi giorni va in onda su Rai uno la trasposizione televisiva sotto forma di fiction in più puntate. 
I bastardi di Pizzofalcone è il primo di una serie di libri che ha come protagonisti gli uomini dell’ omonimo commissariato di polizia di Napoli, fra i quali spicca la figura del commissario Lojacono, siciliano trasferito nella città partenopea a causa di un brutto scandalo. Lojacono, investigatore riflessivo e malinconico, è protagonista anche di un precedente romanzo di De Giovanni, Il metodo del coccodrillo.
In una Napoli spazzata da un vento e da una pioggia che non danno tregua, in una bella casa signorile, una donna viene brutalmente uccisa. Le indagini vengono affidate al commissariato di Pizzofalcone, tristemente noto in città per un grosso scandalo legato a una partita di droga che ha coinvolto i suoi ormai ex investigatori, tutti rimossi dal loro incarico e ribattezzati "i bastardi di Pizzofalcone". I “nuovi bastardi”, chiamati a risollevare le sorti di un distretto che molti vorrebbero chiuso, sono un gruppo eterogeneo di poliziotti dal curriculum turbolento, uomini e donne considerati, per i più svariati motivi, sacrificabili o addirittura indesiderabili dalle alte sfere della polizia. Pizzofalcone è la loro ultima spiaggia, e ne sono consapevoli: questo li rende diffidenti ma anche motivati nel tentativo di salvare in extremis la propria carriera, rigando dritto, investigando bene e cercando di creare un certo spirito di squadra. 

"E bisognava vederli, i nuovi colleghi. Sembrava il carretto di un rigattiere. La discarica della polizia,sembrava. Uno che forse è un mafioso; un ragazzino raccomandato e incapace, che gioca a fare il poliziotto; una psicopatica fissata con le armi; una tranquilla madre di famiglia; un vecchio che vede fantasmi di assassini in mezzo ai suicidi. E il commissario, poi: un piazzista di aspirapolvere, con quel suo finto entusiasmo".

Una ciurma di antieroi inspiegabilmente ben amalgamati e che funziona, letterariamente parlando, davvero bene in questo romanzo corale, dove l'indagine per l'omicidio si alterna al racconto delle vicende umane e personali dei protagonisti. Il lettore è portato a empatizzare immediatamente con i personaggi, impara a conoscere, pagina dopo pagina, i dolori e i fardelli che recano sulle spalle, e si affeziona alla loro storia, e questo, dato che si tratta di una serie con personaggi ricorrenti, è il grande asso nella manica dell’autore. 
De Giovanni punta su semplicità e leggerezza, su una trama lineare ma non banale e su un gruppo di personaggi, Lojacono in testa a tutti, umani e credibili. 
Ispirato all’87 distretto di Ed Mcbein, I bastardi di pizzofalcone è il primo titolo di una serie che conta già cinque volumi, più una sorta di prequel, Il metodo del coccodrillo, che introduce la figura di Lojacono; io sono pronta a recuperare tutti i romanzi che mi mancano e a guardare la fiction televisiva, che sta riscuotendo un buon successo. I personaggi e lo stile della narrazione si prestano alla trasposizione sul piccolo schermo, quindi sono parecchio curiosa. 
In conclusione, un buon giallo, non vi stupirà con effetti speciali, ma vi farà conoscere una squadra investigativa speciale, dalla quale sarà difficile staccarsi. Una lettura veloce adatta a tutti.

Genere:  Distretto di Polizia.
Pagine: 316.
Voto: 
 e mezzo.

venerdì 20 gennaio 2017

Recensione: Il vento di San Francisco di Howard Fast (Ediz. E/O, 2015).

Buongiorno Lettori, come state? Io sono ancora convalescente da un’influenza che ha davvero risucchiato le mie energie, infatti, come avrete notato, i post sul blog vanno a rilento. Oggi ho deciso di uscire dalla modalità bradipo che ha contraddistinto le ultime settimane, per parlarvi di un romanzo molto particolare, si tratta de Il vento di San Francisco, di Howard Fast, primo volume di una saga famigliare divisa in ben sei titoli e pubblicata originariamente negli Stati uniti nel corso degli anni ‘70. Recentemente la Casa Editrice E/O ha curato l'edizione italiana dei primi due volumi di questa grande epopea americana, e considerato il mio amore per le storie famigliari, eccomi qui a parlarvene. 

Partiamo dal titolo e dalla cover, che in effetti ho trovato un po’ fuorvianti. Lasciano intendere un libro un po’ frivolo, concentrato più sul lato sentimentale delle vicende narrate; The Immigrants, gli immigrati, titolo originale, è probabilmente più aderente alla natura di questo romanzo, che è a tutti gli effetti un romanzo storico, incentrato sulla storia dei Lavette, immigrati italo-francesi sbarcati a New York alla fine dell'Ottocento e spinti dalla povertà e dal destino a cercare una vita migliore nel selvaggio Ovest, fino ad approdare a San Francisco. In questa vivace città, crogiolo di razze e idee, si compie il sogno americano di Danny Lavette, che, umile pescatore dalla grande ambizione, costruisce passo dopo passo un impero finanziario, diventando capitano e poi armatore di una flotta di navi, costruendo empori, alberghi di lusso, scoprendo mete turistiche esotiche, gettandosi con entusiasmo nell'avventura del volo, dalla progettazione di velivoli per uso civile, all'inaugurazione di aeroporti e tratte di volo tra le grandi città della California. 
Dall'incendio che devasta San Francisco nel 1906, alla grande depressione del 1929, la storia di Danny Lavette e del suo amico fraterno e socio in affari Marc Levy, mescola grandi imprese economiche e grandi sentimenti, l'amicizia, la passione, l'amore, il rapporto con i figli, senza mai rinunciare al punto di vista storico. 
Si tratta di un romanzo di ampio respiro e sicuramente ben scritto, con un protagonista, Danny Lavette, che giganteggia su tutti gli altri personaggi, incarnando alla perfezione lo spirito della frontiera e del grande sogno americano. Generoso, sognatore e con un grande e istintivo fiuto per gli affari, Danny è un uomo testardo e decisamente poco portato all'introspezione psicologica. Il vento di San Francisco è un libro che in fondo gli assomiglia: molto concentrato sulla descrizione delle attività economiche, fin troppo minuziosamente descritte, a mio gusto, mentre le vicende personali e i rapporti del protagonista con gli altri personaggi, appaiono a volte quasi sbrigativi e un po’ prevedibili. Ammetto di aver trovato alcune parti un po' troppo lente, data anche la mole del libro.
In conclusione, si tratta di un romanzo solido e non leggero quanto la copertina lascerebbe immaginare; se cercate un racconto di passioni amorose e grandi sentimenti forse potreste rimanerne delusi, se invece vi interessa la storia americana dei primi decenni del novecento, fino alla Grande Depressione, allora date una chance a questa saga, creata da uno degli scrittori più prolifici e particolari della letteratura nord americana (la biografia di Howard Fast è movimentata quanto i suoi romanzi!).

Genere: Un povero ricco.
Pagine: 480.
Voto: 
 più.

mercoledì 11 gennaio 2017

Recensione: Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (Ediz. Minimum Fax, 2012).

Buongiorno Lettori, oggi è una gelida giornata d'inverno, sta cadendo anche qualche fiocco di neve, e io sono pronta a parlarvi di un romanzo che mi ha inizialmente spiazzata e poi conquistata, si tratta di Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. 

Cognetti, classe 1978, è l'autore de Le otto montagne, libro potente e magnificamente scritto che ho recensito la settimana scorsa (qui). 
Sofia si veste sempre di nero è un titolo meno recente, la sua pubblicazione risale al 2012 per Minimum Fax, ed è un romanzo anomalo, qualcuno descrivendolo ha parlato di una “raccolta di racconti” fra loro indipendenti, in realtà si tratta di dieci capitoli che nel loro insieme narrano la vita di una donna, Sofia, dalla nascita all'età adulta, attraverso i racconti assolutamente eterogenei di persone che con lei hanno percorso un tratto più o meno lungo di strada. L'infermiera che l'ha vista venire al mondo, i genitori, l'amico d'infanzia, la zia paterna, le coinquiline dei tempi della scuola di recitazione, l'uomo che si invaghisce di lei in età adulta: ciascuno ci dipinge la "sua" Sofia e le circostanze in cui le loro vite si sono più o meno intimamente toccate. È un romanzo corale, il risultato, con tanti protagonisti ed un unico fil rouge, la figura misteriosa e tormentata di Sofia, appunto, che rimane quasi evanescente sullo sfondo di tante altre esistenze; lei, l'unica a non raccontarsi mai, viene invece raccontata, bambina solitaria che desidera un fratellino, figlia inquieta che si incupisce davanti alle crisi dei genitori, mendicando un sorriso da parte della mamma e reclamando le attenzioni di un papà spesso assente, nipote dalla salute mentale instabile e da accudire, donna imbronciata dallo sguardo enigmatico, incapace di legarsi e sempre pronta a fuggire.

"..sapevo della porta che Sofia chiudeva senza salutare perchè odiava quel momento, i saluti andando via, gli abbracci: preferiva pensare che fosse sempre come andare di là, nell'altra stanza, assentarsi per poco".

Cognetti sperimenta e spiazza con un romanzo dalla trama non lineare, in cui protagonisti, tempi e stili di narrazione cambiano in ogni capitolo, ma che nel suo insieme stupisce per la piacevolezza e naturalezza del risultato (e sapete quanto io, come lettrice, ami solitamente la solidità e la semplicità!). 
Sembra di sfogliare un album fotografico e riconoscere i vari protagonisti in fasi diverse della loro vita, sapendo già, almeno in parte, quale sarà il loro destino. Imperfetti, spesso indifendibili nelle loro scelte, eppure così umani, l'autore ce li descrive con una penna delicata e indulgente, e dai loro piccoli grandi ricordi modella Sofia, personaggio irrisolto, forse neanche tanto simpatico, ma misteriosamente attraente, almeno per Pietro, l'ultimo narratore, l'unico a usare la prima persona e il tempo presente, l'unico che riesce a guardare dentro ai suoi occhi accarezzandone le imperfezioni dell'anima. Prima di lasciarla andare, perché se la vita dalla nascita  "è una nave che parte per la guerra", Sofia è un vascello dei pirati che non è disposto a mettere l'ancora stabilmente. 
C'è un Pietro anche nel romanzo Le otto montagne, libro sicuramente più maturo e corposo, ecco, mi piace pensare che si tratti in fondo della stessa persona (un alter ego dell'autore?), e che un giorno nel suo girare per il mondo incontrerà di nuovo Sofia e per entrambi sarà il tempo della serenità e del perdono. Mi sono così affezionata a loro, che glielo auguro di cuore!

Sofia veste sempre di nero è un romanzo particolare che mi sento di consigliarvi, Cognetti ha un innegabile talento nel narrare, ha uno stile pulito e solido e una grande empatia nei confronti dei suoi personaggi, ciò li rende credibili e vivi e fa di lui, a mio avviso, uno dei migliori autori della sua generazione.

Genere: L'isola che non c'è.
Pagine: 208.
Voto: 
 più.


giovedì 5 gennaio 2017

Le otto montagne di Paolo Cognetti (Ediz. Einaudi, 2016).

Buonasera Lettori. Eccoci arrivati, in ritardo causa influenza, al primo post del 2017, un anno che almeno dal punto di vista delle letture è iniziato alla grande grazie a questo romanzo, Le otto montagne di Paolo Cognetti, che è stato per me una piacevole rivelazione, tanto che, appena girata l'ultima pagina, ho voluto provare subito un altro titolo di questo giovane e talentuoso autore. 

Nelle scorse settimane mi sono imbattuta in un paio di libri che mi hanno innervosita parecchio, non posso definirli brutti, ma si tratta di romanzi in cui la trama passa in secondo piano, soffocata da una valanga di parole, virtuosismi linguistici, descrizioni ridondanti, e chi più ne ha ne metta. 
La "bella scrittura" è chiaramente l'ingrediente di base di un buon romanzo, ma da sola non basta, ha bisogno di calore e di creare empatia con il lettore: personalmente sentivo la necessità di una storia solida e di personaggi veri. Ne Le otto montagne, Paolo Cognetti mi ha regalato quello che cercavo, mi ha incantata con una prosa così evocativa da portarmi con i suoi personaggi in quella piccola frazione montana, ai piedi del Monte Rosa, dove è ambientata la storia di Pietro, della sua famiglia e dell'amico Bruno. Una storia d'amicizia e di montagna dal sapore antico e al contempo un romanzo di formazione e racconto di un padre e di un figlio che si inseguono, non solo metaforicamente, lungo i sentieri alpini, fino alle cime perennemente innevate, "trovandosi" forse troppo tardi. 
«Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito si affrettava a nascondere. Quando mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto di afferrarmi per la cintura dei pantaloni. Quando stavo male sul ghiacciaio e si agitava più lui di me. Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo, e cominciai a pensare che in futuro avrei dovuto, o potuto, fare un altro tentativo con lui»
È una storia ruvida, quella de Le otto montagne, ma pervasa di una poetica dolcezza e da una profondo senso di lealtà. Reciprocamente leali  sono Pietro e Bruno, il ragazzo introverso di città e il giovane montanaro cresciuto tra alpeggi e fondovalle. Un'amicizia, la loro, che nasce nelle lunghe estati dell'infanzia, Pietro il villeggiante, Bruno il guardiano delle mandrie, due mondi che si incontrano giocando, esplorando abitazioni diroccate, fra pendii, laghi alpini, e giornate che paiono infinite; un'amicizia che la giovinezza mette alla prova, con la lontananza, con i viaggi di Pietro che sembra sempre fuggire da qualcosa, ma che l'età adulta riannoda più forte che mai, nel nome dell'eredità spirituale di quell'uomo taciturno e schietto, che per l'uno è stato padre naturale, per l'altro padre putativo.
Due amici leali, scrivevo, ma anche una madre e un padre uniti da un grande rispetto, malgrado le evidenti differenze caratteriali, e un uomo, Bruno, così legato e fedele alla sua montagna, da essere disposto a qualunque sacrificio. 
Nei tempi buoni e in quelli amari, nelle estati limpide e negli inverni feroci. Senza bisogno di troppe parole. 
Un gran bel romanzo, avvolgente come una coperta di lana davanti al caminetto, e davvero ben scritto. 
Ieri notte ho finito anche Sofia veste sempre di nero, dello stesso autore, pubblicato nel 2012 da Minimum Fax, ve ne parlerò presto, vi anticipo solo che mi è piaciuto molto! 

Genere: Ad alta quota.
Pagine: 199.
Voto: 
 e mezzo

Trama: Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.