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Recensione: Figlie del mare di Mary Lynn Bracht (Ediz. Longanesi, 2018).


Corea, 1943. Hana è una pescatrice di perle, una professione che si trasmette da madre a figlia, donne fiere e indipendenti. È cresciuta sotto il dominio giapponese, non conosce altro. Ed è felice quando nasce una sorellina, Emiko, perché con lei potrà condividere le acque del mare che bagnano l’isola di Jeju, la loro casa. Ma i suoi sogni si infrangono il giorno in cui, per salvare Emiko da un destino atroce, viene catturata e deportata in Manciuria. Lì, lontana dalla famiglia e da tutto ciò che conosceva, verrà imprigionata in una casa chiusa gestita dall’esercito giapponese. Ma una figlia del mare non può arrendersi senza lottare, e Hana sa che dovrà fare ricorso a tutte le sue forze per riconquistare la libertà e tornare a casa. Corea del Sud, 2011. Emiko ha trascorso gli ultimi sessant’anni della sua vita cercando di dimenticare il sacrificio di sua sorella, ma non potrà mai trovare la pace continuando a fuggire dal passato. I suoi figli e il suo Paese vivono ormai una vita serena... Ma lei riuscirà a superare le conseguenze della guerra e a perdonare se stessa?



Figlie del mare, romanzo d'esordio di Mary Lynn Bracht, racconta una pagina dolorosa e poco conosciuta della Seconda guerra mondiale. Hana, una delle protagoniste, giovanissima pescatrice di perle coreana, durante l'invasione nipponica della Corea viene rapita dai giapponesi e costretta a diventare una comfort woman, ovvero, senza giri di parole, un giocattolo sessuale, una prostituta destinata a sfamare le voglie sessuali dei soldati giapponesi impegnati al fronte. 

Una pagina di storia ignobile e per molti anni mantenuta segreta, perfino da chi l'ha vissuta in prima persona, le comfort women e le loro famiglie, persone semplici, appartenenti a un popolo fiero e pieno di pudore, per il quale i soprusi subiti prima durante e dopo il conflitto mondiale, hanno rappresentato una dolorosa fonte di vergogna. 

Vergogna come quella che prova Emiko, sorella di Hana e protagonista con lei del romanzo. Emiko, che ai tempi del rapimento della sorella maggiore era solo una bambina, e che per sessant'anni ha vissuto in silenzio, schiacciata dai sensi di colpa di chi è stato "risparmiato", cullando segretamente la speranza di poter riabbracciare quella sorella che le ha salvato la vita e che non ha mai più rivisto. 

Due piani temporali e due narratrici, dunque, in questo romanzo tutto al femminile, in cui le voci di di Hana e di Emiko si alternano. La prima, quella di Hana, è la voce straziante di una ragazza poco più che bambina, che nel 1943 viene strappata dalla sua casa, dalla comunità natale dell'isola di Jeju, dalla sua famiglia, e portata in una casa chiusa in Manciuria, dove viene spogliata di tutto, a cominciare dalla propria identità e dignità. Sono pagine dure, che ci mettono faccia a faccia con momenti di inaudita violenza, mentre la voce di Hana ci conduce giù fino all'inferno, per poi sollevarsi, guidata dalla forza della disperazione, portandoci con lei in un tentativo di fuga rocambolesco e mozzafiato. 
I capitoli dedicati ad Hana mescolano ricostruzione storica a momenti decisamente più romanzati, questi ultimi, a mio avviso, sottraggono un po’ di credibilità ad una vicenda che è comunque ben raccontata, scorrevole e coinvolgente. 

Diversa, per tono e piglio, è la voce di Emiko, la sorella minore, scampata alla deportazione, ma non agli orrori della guerra civile coreana e ad un'esistenza segnata da molti dolori. Emiko, pescatrice di perle come la madre e la sorella perduta, ha la voce flebile di chi ha fatto del silenzio, del pudore e dell'accettazione, uno stile di vita. Fino al 2011, quando ormai anziana e malata, decide di compiere un "viaggio" alla ricerca della sorella e di una pace interiore mai raggiunta. 
I capitoli dedicati a Emiko, pur scorrevoli, mi hanno personalmente coinvolta in minor misura, specie nella seconda parte del romanzo. In generale ho trovato il suo personaggio meno incisivo, ho intuito la sua lotta interiore, ho compreso il suo carattere schivo, ma ammetto di non essere riuscita a provare per lei l'empatia che avrebbe meritato.

In conclusione Figlie del mare è un buon romanzo d'esordio, molto interessante nella ricostruzione storica, scorrevole, dallo stile semplice e pulito; un romanzo che alterna momenti di forte impatto emotivo (le brutalità subite da Hana ad opera dei soldati giapponesi: pagine davvero toccanti e angoscianti), ad altri dai quali mi sarei aspettata qualche emozione in più.

Genere: Due sorelle.
Pagine: 370.

Commenti

  1. Non so, mi convince a metà e penso che potrò farne a meno. :)

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  2. Ciao Tessa appena letto e recensito! Una lettura molto scorrevole nonostante alcuni capitoli abbastanza crudi. Quando leggo romanzi di questo genere, cioè che narrano anche se sotto forma di romanzo, fatti storici di tale portata rimango basita e rifletto molto. Sono contenta di averlo letto! Baci

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  3. Faccio veramente fatica a leggere di abusi sessuali. Grazie della recensione Tessa, ma questa volta passo.
    bacio da Lea

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