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Recensione: La sala da ballo di Anna Hope (Ediz. Ponte alle Grazie, 2017)-

Trama: Inghilterra, 1911. In un manicomio al limitare della brughiera dello Yorkshire, dove uomini e donne vivono separati gli uni dagli altri da alte mura e finestre sbarrate, c’è una sala da ballo grandiosa ed elegante, con tanto di palcoscenico e orchestra. In questo luogo sognante e raffinato, i pazienti si ritrovano una volta alla settimana per danzare: qui hanno la possibilità di sentirsi liberi, di mostrare i sentimenti, di muovere i loro corpi in libertà. I desideri lungamente messi a tacere tornano ad agitare con prepotenza i cuori dei protagonisti. Proprio nella sala da ballo Ella Fay, una giovane operaia ricoverata contro la sua volontà per una crisi isterica, conosce John Mulligan, un uomo dalla sensibilità fuori del comune, che soffre di depressione in seguito a un trauma. Complice del loro incontro è Clem, una paziente affetta da manie suicide, che aiuta Ella a leggere i messaggi di John. A occuparsi di loro c'è il dottor Fuller, un medico ossessionato dall'eugenetica e fermamente convinto che la musica e la danza possano aiutare nella cura delle malattie psichiatriche. Quattro personaggi che intrecciano le loro storie in un affresco originale e carico di significati profondi: i loro dolori e le loro frustrazioni sono anche i nostri, come pure la danza liberatoria, il coraggio di gridare, la voglia di cambiare.

Oggi vi parlo di un libro che mi ha colpito per la sua ambientazione e per i cenni storici in esso contenuti. La sala da ballo, romanzo d'esordio di Anna Hope, è una storia d'amore, di amicizia e di sofferenza fisica e mentale, all'interno di un manicomio situato nella brughiera inglese nei primi anni del Novecento.

Quando ho letto la trama di questo libro, raccontato a tre voci da due pazienti della struttura psichiatrica, Ella la filandaia di umili origini e John l'irlandese malinconico, e da uno dei medici assistenti, Charles Fuller, uomo ambizioso, amante della musica e degli studi di eugenetica, ho subito immaginato un'atmosfera cupa e una struttura fatiscente, un luogo di "detenzione" dimenticato da dio e dal mondo civile (i balli e la musica citati nella sinossi non sapevo esattamente come e dove collocarli). 
L'ospedale psichiatrico Sharston, luogo in cui è ambientata questa storia, mi ha stupita fin da subito con qualcosa che non mi aspettavo: la grande costruzione con la torre dell'orologio, il suo fascino sicuramente cupo, ma al contempo maestoso, la bellezza dei boschi e delle brughiere che la circondano. Un insediamento completamente autosufficiente, con fattorie, allevamenti, campi coltivati dai pazienti di sesso maschile, autorizzati, a seconda delle condizioni, a lavorare all'aperto. E la sala da ballo, magnifica nella sua imponenza, con i camini, i soffitti alti, e le grandi finestre dalle vetrate colorate.
 
Realtà o finzione? Storia o fiction? Mi è bastato leggere le note dell'autrice alla fine del libro, per comprendere che Sharston è esistito realmente; situato vicino al paese di Menston, nello Yorkshire, si chiamava in realtà High Royds Hospital (Menston Asylum, per la gente del posto), era uno dei primi esperimenti di struttura indipendente per il recupero dei "deboli di mente". I personaggi e la loro storia sono, invece, inventati, anche se uno trisavolo dell'autrice fu realmente "ospite" della struttura, che venne aperta nel 1888 e chiuse definitivamente nel 2003.

Perché mi sto dilungando su questi dati storici invece di raccontarvi il romanzo? Forse perché il quadro storico e sociale che fa da sfondo alle vicende dei nostri protagonisti, è, a mio parere, quasi più interessante delle vicende stesse. O meglio, l'aver visto le fotografie e l'aver letto i resoconti di chi questo manicomio l'ha conosciuto, ha dato maggior dignità e fascino a un racconto che, altrimenti, avrei etichettato un po' superficialmente come una storia d'amore e di follia, commovente ma anche  piuttosto romanzata. 
Ella e John, che si incontrano durante uno dei balli del venerdì organizzati nel manicomio, che non soffrono di nessuna reale patologia, ma subiscono i soprusi di medici e infermieri e di una società, quella degli inizi del Novecento, che etichettava come malati di mente anche persone assolutamente sane, ma semplicemente "scomode" (indigenti, ragazze madri ecc.), sono riusciti, nel corso della lettura, a entrarmi nel cuore come simboli degli amori che sicuramente nacquero in quegli anni a Marston, malgrado la stretta divisione tra ospiti di sesso maschile e femminile. Amori che probabilmente non iniziarono nella sala da ballo (in realtà utilizzata perlopiù dallo staff) e forse non andarono più in là di una carezza fugace o di uno sguardo, ma che illuminarono sicuramente le giornate di uomini e donne dimenticati da tutti e lasciati per anni in completo isolamento. 
Allo stesso modo, la figura di Charles Fuller, medico amante della musica e del suo potere terapeutico, e al contempo uomo fanatico e disturbato, mi è parsa fin troppo piena di contraddizioni, ma ho letto con stupore le parti dedicate alla sua appartenenza al movimento che proponeva le teorie dell'eugenetica, volte al perfezionamento della specie umana, alla promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi, o eugenici, e alla rimozione di quelli negativi, tanto da concepire l'internamento e la sterilizzazione dei deboli di mente. Che menti brillanti dell'epoca, fra le quali quella di Churchill, avessero realmente abbracciato tali ideali, mi ha fatto rabbrividire e mi ha spinta a rivedere alcune mie lacune storiche.

La sala da ballo è un romanzo che si legge velocemente, ha un buon ritmo, è caratterizzato da uno stile semplice e da una trama molto lineare, forse non sempre all'altezza del pathos e della drammaticità della vicenda raccontata. È peraltro un romanzo che lascia qualcosa al Lettore, specie se ci si spinge un po’ al di là della parola "fine". 
Leggete le note dell'autrice e visitate il sito da lei consigliato (qui). Troverete la Storia, le foto dei luoghi e dei volti degli internati: non vi lasceranno indifferenti, e getteranno sui personaggi di questo romanzo una nuova luce.

                                       High Royds Hospital in una foto recente.

                                           La sala da ballo in una foto d'epoca.

Una paziente internata nel 1911. Aveva 19 anni, era una filatrice. Morì in manicomio a 56 anni.

Le fotografie provengono da internet e appartengono al sito www.highroydshospital.com

Commenti

  1. Ciao Tessa, nonostante la tua sempire precisa e coinvolgente recensione, questa volta passo. Il mio Listone è già kilometrico 😉
    Epperò ... dei tuoi consigli mi fido e la trama, ora che so che la vicenda poggia le fondamenta su un manicomio reale e viste le foto...
    Lo terrò presente, ma per un periodo più fresco.
    Grazie per averlo "testato" per noi è buona serata, Marina

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    1. Il libro puoi recuperarlo con tutta calma, Marina. La Storia vera, seguendo il link consigliato dall'autrice...spezza il cuore e d è davvero interessantissima! Grazie a te :)

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  2. Ho letto con vivo interesse la tua analisi del momento storico che vede l'ambientazione del romanzo. Condivido il tuo consiglio di andare oltre la parola fine, mi piace quando un romanzo trasmette emozioni e riflessioni. Lo leggerò sicuramente :)

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    1. Il Menston Asylum con la sua sala da ballo (e le celle di segregazione qualche piano più giù) non lo dimenticherò tanto facilmente. Il romanzo probabilmente non rende giustizia alle storie vere che vi sono accadute. Ma è un punto di partenza, ben venga! Grazie di essere passata :)

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  3. Lo leggerei anche solo per la copertina, bellissima.
    Mettici le ambientazioni. Mettici il tuo post.
    Segno.

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    1. Cover bellissima, trama intrigante, retroscena storici da brivido. La domanda è..senza tali retroscena, il romanzo mi sarebbe rimasto impresso? Francamente non lo so.

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  4. Ciao Tessa avevo adocchiato questo libro in libreria e poi la mia scelta è caduta su altro. Spero di leggerlo, il periodo storico e l'ambientazione inglese mi ispirano tantissimo quasi me ne pento di non averlo preso ma pensavo che fosse tutta un'altra storia, triste e di malattie... invece grazie al tuo pensiero e al resoconto storico lo metto in lista per il prossimo giretto in libreria! Baci

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  5. Ciao Tessa!
    Sembra davvero un bel libro, sicuramente da segnare.
    Per ora però passo anch'io.. le storie ambientate nei manicomi mi fanno venire i brividi :(

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  6. Nonostante il manicomio e la sala da ballo mi abbiano ricordato un libro che ho amato moltissimo, Follia di Patrick McGrath, ora non lo sento nelle mie corde, ma annoto perché questa CE pubblica storie degne di nota.

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    1. Forse hai bisogno del momento giusto! Follia è nella mia libreria da una vita, ma non l'ho letto. Devo rimediare. Bacio.

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