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Recensione: "Rosso Istanbul" di Ferzan Ozpetek (ediz. Mondadori, le strade blu, 2013)


Quando è uscito questo romanzo, descritto come un inno dell'autore alla sua città natale ed alla sua famiglia, specialmente alla figura di sua madre, mi sono detta che c'erano tutti gli ingredienti per una lettura di mio gusto; mi piace Ozpetek regista (Le fate ignoranti, Bagno turco, Caos calmo), ho amato alcuni suoi film (non tutti), e mi attraggono i libri un po' autobiografici, sulle origini, sulla famiglia, sul fascino del passato. Diciamo che io nel sentimental-malinconico ci sguazzo!
Rosso Istanbul, da questo punto di vista, è stata una parziale delusione.

Trama: tutto comincia una sera, quando un regista turco che vive a Roma decide di prendere un aereo per Istanbul, dov'è nato e cresciuto. L'improvviso ritorno a casa accende a uno a uno i ricordi: della madre, donna bellissima e malinconica; del padre, misteriosamente scomparso e altrettanto misteriosamente ricomparso dieci anni dopo; della nonna, raffinata "principessa ottomana"; delle "zie", amiche della madre, assetate di vita e di passioni; della fedele domestica Diamante. Del primo aquilone, del primo film, dei primi baci rubati. Del profumo di tigli e delle estati languide, che non finiscono mai, sul Mar di Marmara. E, ovviamente, del primo amore, proibito, struggente e perduto. Ma Istanbul sa cogliere ancora una volta il protagonista di sorpresa. E lo trattiene, anche se lui vorrebbe ripartire. Perché se il passato, talvolta, ritorna, il presente ha spesso il dono di afferrarci: basta un incontro, una telefonata, un graffito su un muro. I passi del regista si incrociano con quelli di una donna. Sono partiti insieme da Roma, sullo stesso aereo, seduti vicini. Non si conoscono. Non ancora. Lei è in viaggio di lavoro e di piacere, in compagnia del marito e di una coppia di giovani colleghi. Ma a Istanbul accadrà qualcosa che cambierà per sempre la sua vita. Tra caffè e hamam, amori irrisolti e tradimenti svelati, nostalgia e voluttà, i destini del regista e della donna inesorabilmente si sfiorano e, alla fine, convergono. Questo libro è una dichiarazione d'amore a una città, Istanbul.

Come racconta la trama la storia è duplice, c'è quella del regista che ritorna ad Istanbul a visitare la madre anziana in occasione della demolizione della casa d'infanzia e quella di Anna, quarantenne in viaggio con il marito ed una coppia di colleghi per motivi di lavoro e piacere. Le vicende dei due protagonisti si svolgono su binari paralleli, destinati ad incontrarsi solo nel finale.
La narrazione è a capitoli alternati, "lui" e "lei", ed il romanzo risulta fluido ma in qualche modo "sbilanciato" e poco omogeneo. I capitoli che descrivono la storia di "lui", autobiografica, sono intimi, sommessi, raccontano una città in bilico tra passato e presente, tra tradizione e cambiamento. La narrazione avviene attraverso brevissimi flash, un ricordo, un profumo, un personaggio, un istante di vita: la madre, le zie, il primo amore, il padre assente, la scoperta dell'omosessualità. Un affresco fatto da tanti tasselli microscopici che forse potevano trovare maggiore spazio e spessore. 
I capitoli che riguardano la storia di Anna, invece, risultano, all'opposto, troppo "gridati" e poco credibili, diciamo una soap opera neanche tanto originale. Amore, tradimento, dramma, cambiamento, tutto condensato nello spazio di un respiro. Anna parte donna in carriera, sposata e di successo, un tipo da tailleur Chanel, per dire, e si ritrova, nell'arco di una notte, a dividere casa e letto, con qualche incursione in un bagno turco, con un gruppo di giovani alternativi e rivoluzionari. Via il tailleur.. Anna si fionda tra le lenzuola di un attraente ragazzo, che la porterà con sé nel cuore della rivolta di Gezi park e le farà capire il significato di amore e libertà. 
Nell'ultimo capitolo, la donna in carriera, trasformata in cenerentola-cameriera, incontra il regista durante una festa..ne nascono considerazioni un po' (molto) scontate sui grandi temi della vita.
Poteva essere un bel romanzo sulla magia di una città incantata, se solo Ozpetek avesse resistito al richiamo televisivo-cinematografico, se non avesse mescolato la tenerezza del suo vissuto personale con una sceneggiatura da fiction poco originale.
Pensando ad un breve romanzo, parzialmente autobiografico, che ha una città come protagonista e che mi è piaciuto tanto, mi viene subito in mente Né qui né altrove. Una notte a Bari di Gianrico Carofiglio. Simile il genere, diverso il risultato.


 e mezzo

Commenti

  1. ho notato che molte persone lo stanno leggendo, come una specie di moda... ma vista la tua recensione non so...darò priorità ad altri libri e poi si vedrà

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    1. Ciao, grazie di essere passata e di aver lasciato un commento! avevo letto molte recensioni entusiastiche su questo romanzo...forse anche per questo mi aspettavo qualcosa di diverso. Se deciderai di leggerlo in futuro..fammi sapere come lo trovi!

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