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Recensione: Il caso Bellwether di Benjam Wood (Ediz. Ponte alle Grazie, 2015).

Il caso Bellwether, romanzo d'esordio di Benjamin Wood, accolto dalla critica internazionale come un vero (ennesimo) caso editoriale, mi ha personalmente dato non poco filo da torcere.

Ambientato nella Cambridge fascinosa dei college esclusivi, dei ragazzi intellettualmente molto dotati, molto ricchi, molto viziati e raccontato attraverso gli occhi di un outsider, un giovane intelligente ma di classe sociale inferiore, del tutto estraneo all'ambiente accademico, il libro ricorda, per molti versi, Dio di illusioni di Donna Tartt, e porta con sè anche un vago sapore di gatsbiana memoria.
Oscar Lowe vive a Cambridge, è un ragazzo intelligente, ma venendo da una famiglia operaia non ha avuto la possibilità di studiare, è ben consapevole del classismo che lo circonda, guarda i college e gli studenti con curiosità, ma non è invidioso, lavora in una casa di riposo per anziani, da anni, lo fa con dedizione, senza lasciarsi distrarre da ambizioni fuori dalla sua portata.
Una sera entra nella cappella del King's College attratto dal suono di un organo. La sua vita da quel preciso momento cambierà per sempre: incontrerà infatti i fratelli Bellwether: Iris, studentessa di medicina e talentuosa violoncellista, per cui Oscar perderà la testa, e Eden, musicista geniale dai comportamenti molto ambigui.
Da quella sera Oscar entrerà nella cerchia dei Bellwether, conoscerà i genitori di Iris e Eden, dediti alla mondanità e alle regole della vita accademica, dove l'apparenza conta più di tutto e i panni sporchi si lavano tra le mura domestiche, ma soprattutto entrerà in contatto e stringerà rapporti con gli amici dei ragazzi Bellwether, un gruppetto ben assortito di giovani pieni di talento che si frequentano da molti anni.
Appare subito chiaro quanto Eden sia il sole (malato) attorno a cui ruota sia la famiglia che il gruppo di amici. In lui si concentrano genio e sregolatezza, forza e debolezza: un personaggio destinato a manipolare chi gli sta intorno, un ragazzo cui tutto è perdonato, per affetto, per paura, per fedeltà, per mantenere segreti i suoi bizzarri comportamenti.
Eden studia musica e filosofia, si rifà agli studi di Johann Mattheson e Cartesio: è convinto di poter guarire disturbi emotivi e fisici delle persone con il suono del suo organo e l'ipnosi. Quella che sembra innocua musicoterapia, diventa, molto presto, un gioco ambiguo e oscuro, che nessuno avrà la forza o forse la volontà di fermare.
Un thriller noir che sonda il labile confine tra genio e follia, Il caso Bellwether, ma anche una storia d'amore, quella tra Iris e Oscar, che non viene messa in crisi dalla differenza di classe sociale e il racconto degli struggimenti di un ragazzo, Oscar appunto, che, assieme all'amore, scopre quanto tutto ciò che ha respinto per principio fino a quel momento, possa al contrario essere fonte di gioia: una vita agiata, amicizie influenti, pomeriggi e serate passati a discutere di scienza, letteratura e filosofia con ragazzi intelligenti, che risvegliano il suo interesse per gli studi e le sue ambizioni. E' dura per Oscar scoprire che "non si è mai sentito tanto felice" come nei giorni oziosi trascorsi d'estate in casa Bellwether.
Perché il romanzo mi ha dato del filo da torcere? perché, dopo un inizio molto promettente, la piega filosofico musicale, a tratti anche un po' surreale, della vicenda, mi ha lasciato un po' perplessa; i miei piedi sono ben piantati per terra, e le dissertazioni filosofiche non sono il mio forte. Inoltre, il personaggio di Eden mi è risultato da subito antipatico e troppo sopra le righe, il suo eloquio affabulatorio e le vicende legate ai suoi esperimenti musicali raccontate in modo inutilmente intricato. 

È un brutto romanzo quindi? No, è ben scritto, ben tradotto, e c'è qualcosa di affascinante nelle sue pagine: un mix di torbido e malato che tiene vivo l'interesse fino alla fine.
Mi è piaciuto molto il modo in cui viene raccontato il cambiamento di Oscar, la sua capacità di guardare le cose con occhio disincantato, anche quando gli appare chiaro che in Iris e negli altri ragazzi della compagnia, ha trovato quel che mancava nella sua vita solitaria e ordinaria: amore, amicizia, calore, consapevolezza di meritare qualcosa di più.
Il finale drammatico, annunciato già dalle prime pagine, lascia comunque un piccolo spazio alla speranza. Speranza che è un altro dei temi portanti della narrazione.
Romanzo colto, meno prolisso di Dio di illusioni della Tartt, ma comunque impegnativo.
Consigliato a chi ama sondare le grandi contraddizioni della mente umana.

Genere: La via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni.
Pagine:411.
Voto:
                 
            e mezzo.


Commenti

  1. Mi ricorda vagamente Dio di illusioni e quindi, nonostante l'indubbia qualità della scrittura, eviterei ;)

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  2. Ricorda parecchio Dio di Illusioni, ma non è così lento. Infatti questo l'ho finito, anche se in certe parti ho faticato, mentre la Tartt mi ha affondata. magari questo romanzo finisce nello sbarazzo del prossimo anno ;)

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  3. Prometto che verrò a darti una mano. Se proprio vuoi sbarazzartene... Che mi tocca fare! :P

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  4. Uhm volevo leggerlo, ma il fatto che ci sia tutto questo sottofondo filosofico mi frena un po'... vedremo.

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  5. Non è una cosa esasperata, il libro rimane comunque abbastanza scorrevole, certo io pensavo fosse più thriller e forse più "realistico".
    Baci, grazie di essere passata

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  6. sembra molto pesante e tormentato, non credo ce la farei a reggerlo e leggerlo XD

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    1. E' un libro abbastanza cupo, sì. Non è tanto il mio genere, ma ammetto che è decisamente ben scritto.

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  7. la piega filosofica per me è un deterrente...credo che eviterò!
    grazie per la recensione :)

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