Recensione: Dovessi ritrovarmi in una selva oscura di Roan Johnson (Ediz. Mondadori, 2017).


Buonasera Lettori, oggi vi parlo di un romanzo molto particolare recentemente pubblicato da Mondadori, che ringrazio per la copia omaggio, si tratta di Dovessi ritrovarmi in una selva oscura di Roan Johnson. 
Johnson, classe 1975, origini anglo-pisane, artista poliedrico, scrittore, sceneggiatore, regista, si cimenta con una storia autobiografica che ci parla di quel momento, "nel mezzo del cammin di nostra vita", in cui ci si trova a tirare le somme della propria esistenza, facendo, più o meno inconsciamente, i conti delle vittorie e delle sconfitte, dei progetti di vita andati in porto e di quelli naufragati; sono conti che, ahimè, sembrano non tornare mai. 
Roan a 38 anni sperimenta "la prima terribilità", un fortissimo mal di testa che lo coglie all'apice del piacere sessuale, innescando paure che hanno origine antica, paure che nel corso dei giorni si amplificano e moltiplicano, mentre il protagonista si sottopone ad accertamenti medici mirati a scoprire un male del corpo che, fortunatamente, non viene trovato. Quello che invece si fa spazio prepotentemente nella vita di Roan è l'ansia, una nevrosi che culmina in un primo, tremendo, attacco di panico e con il panico arriva l'ansia anticipatoria e la paura della paura. Un pensiero in loop, paralizzante, un male dell'anima di cui oggi si parla molto e in cui tanti potranno immedesimarsi. 

L'autore racconta la sua situazione di disagio con grande ironia e autoironia, con battute fulminanti e un umorismo "colorito" e dissacrante, più toscano che british (nel libro si fa spesso riferimento alla doppia identità di Johnson, madre tipicamente italiana, padre imperturbabile e molto inglese). 
Il ritmo della prima parte del romanzo è scorrevole, il racconto costruito su una serie di aneddoti tragicomici, che è facile immaginare in una futura trasposizione cinematografica. 
Ma la terribilità non è per Roan la prima manifestazione di disagio interiore, anni prima, poco più che ventenne, infatti, il protagonista aveva sperimentato il "grande smatto", ovvero un episodio di grave confusione mentale, etichettato dai medici come un vero e proprio esordio schizofrenico. 
La seconda parte del romanzo si focalizza su quel periodo particolare del passato, vissuto allo sbando e caratterizzato dalla massiccia assunzione di droghe, da gesti eclatanti e pericolosi e da una sorta di esistenza hippy e allucinata. 
La narrazione si fa disordinata, un flusso di coscienza ininterrotto, frasi lunghe, pensieri che si sovrappongono impazziti, a rappresentare probabilmente la confusione nella mente del protagonista. 
Devo ammettere di aver fatto fatica a seguire questa parte, a trovare un bandolo nella matassa inestricabile di accadimenti, allucinazioni, riflessioni interiori. Credo che sia venuta meno anche l'immedesimazione, pagina dopo pagina, quasi che il vissuto dall'autore fosse troppo lontano dalle esperienze comuni per poterlo comprendere. Decisamente migliori gli ultimi capitoli, dove si torna al presente e alle sue molteplici paure. 
Dovessi ritrovarmi in una selva oscura è un romanzo coraggioso, che tratta con ironia argomenti molto intimi e delicati della vita dell'autore, un romanzo sull'origine delle nevrosi, sulla paura che spesso ci accompagna tutta la vita, paura di vivere, di morire, di non essere all'altezza. Una lettura gradevole nella prima parte, un po’ troppo confusa nella seconda, almeno per quanto mi riguarda. 

Genere: "Il grande smatto" (definizione geniale).
Pagine:240.
Voto: 

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Commenti

  1. CIao Tessa, leggere un libro di questo tipo mi metterebbe in difficoltà. Con i flussi di coscienza non ho un buon rapporto.
    Lea

    P.S: La cover è bellissima.

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